Caffè verde e penna blu

Ovvero come superare la depressione primaverile.

 

E finalmente è arrivata la primavera. Il sospiro di sollievo dell’emisfero boreale ha scosso l’intero Creato e tutti già preparano costumi da bagno, copertine a scacchi e cestini col salamino a fette. Tutti tranne il sottoscritto ovviamente.

La primavera mi causa delle turbe psicofisiche terribili, e questo da sempre, e ultimamente mi trovo anche ad avere una qualche sorta di allergia, a chissà quale diamine di polline, che di certo non mi aiuta ad entrare in sintonia con la stagione.

La primavera è un periodo altamente depressivo per me.

“Ma no, ma dai, ma è impossibile!
Il sole, il mare, i fiori, il cielo blu…”

Lo so, posso anche chiedere scusa a Madre Natura per questo, e cospargermi il capo di cenere, ma ciò non toglie che ogni singola volta io stia male: la luce mi opprime, il cielo terso mi acceca, le giornate non finiscono mai, e le mie braccia cascano letteralmente a terra. Inoltre la mia capacità di scrivere si azzera a livello tale che dovrei tornare a fare i cerchietti e le asticelle sul quadernino a quadretti. Ogni volta la stessa solfa, ogni volta scompaio dalle scene blogghistiche (blogghiche?) e narrative, ma quest’anno ho trovato una cura meravigliosa, un sublime beveraggio, un elisir di lunga vita e prosperità che mi sento di consigliare a tutti i devoti figli della luna che mal tollerano lo sbocciare dei fiori e degli ormoni.

Sono venuto a conoscenza della sua esistenza qualche tempo fa, a Bologna, durante il Festival dell’Oriente. Una signora mora, e apparentemente innocua, nel marasma generale di suoni e odori, ha attirato la mia attenzione pronunciando due magiche parole in chiave interrogativa: “caffè verde?”.

Caffè verde.

L’accostamento della bevanda bruna per eccellenza ad un colore che sa di muschio e senescenza accende immediatamente la mia curiosità e la mia fervida fantasia: già vedo effluvi fluorescenti salire da un calderone ribollente, già immagino di attraversare l’armadio e trovare la marmotta parlante dietro un tavolino che mi invita a prendere una tazza di caffè verde e assaggiare i frutti del Giuggiolone Sinestetico, e invece la signora mi propone una busta trasparente piena di una sostanza in granuli che il mio analizzatore di materiali classifica come “segatura”.

Eppure i suoi occhi sono sinceri, le sue movenze sicure, la sua voce tranquilla come chi sa cosa dice e perché lo dice. Come poteva non vendermi la busta di segatura?

E mentre mi allontano con la mia nuova e preziosa scoperta, le sue parole di gitana mi raggiungono alle spalle: “mi raccomando il limone!”

Il limone?! Cosa c’entra il limone?

Il caffè verde, già entrato nella mia personalissima mitologia, si deve sorbire con il limone? E perché mai? E’ letale senza? Cosa mi accade se non ci metto il limone? Io detesto il limone. Con questi e altri mille tetri pensieri giungo alla mattina seguente, e mi accingo a preparare il mio primo caffè verde col limone!

L’aspetto di segatura è corroborato da un odore che, senza troppi eufemismi, definirei “di segatura”, ma la piacevolezza con cui i granuli spezzettati si lasciano deporre nel filtro della moka, compensa grandemente gli effluvi non entusiasmanti. L’attesa è snervante e carica di dubbi: ne avrò messo abbastanza? “Quattro o cinque cucchiaini” cosa vuol dire? E se la dose è eccessiva? Se dovesse creare dipendenza psicologica come l’LSD? Avrò un limone in frigo? E quanto limone ci vuole? Uno spicchio? Due spicchi?  E dove la devo versare? Si offende se uso una tazzina da caffè normale, banale caffè marrone? O ci vuole una tazza speciale, ornata di glifi e segni e parole?

Il gorgogliare della moka mi coglie impreparato, nonostante tutto.

Preso alla sprovvista opto per una tazza grande, del resto dentro ci devo mettere il limone, mica si mette il limone in una volgare tazzina da caffè!

Verso la bevanda, che olezza di segatura bollita, e ne osservo l’inquietante color giallino. Dapprima basito, e poi adirato, scaglio il mio pugno al cielo dal disappunto: non è verde! E’ una truffa! Si dovrebbe chiamare “caffè giallino camomilla lasciata una buona giornata al sole”, non caffè verde. E’ di certo una trovata pubblicitaria, una manovra degli Illuminati, una congiura massonica!

Ma non mi lascio abbattere: la gitana venditrice di caffè non può avermi truffato. Questa è una prova, è un’ordalia per sondare la saldezza della mia fede. Sto per sorbire la bevanda quando mi ricordo del limone! Fortunatamente nel frigo c’è un mezzo limone rachitico che grida pietà e io, per dargli il colpo di grazia, lo spremo direttamente nella tazza.

Si compie la magia!

Da color “paglierino laboratorio di analisi” si passa a un giallino opaco tipo bicchiere d’acqua usato per sciacquare i pennelli dei bambini dell’asilo. La mia mano si muove da sola, il polso compie una torsione di novanta gradi sopra al lavello per sbarazzarmi dell’immonda mistura, quando vedo gli occhi della gitana che si illuminano di supponenza e disprezzo, vedo il suo sorriso farsi sardonico come a dire: “Vedi? Non sei degno della conoscenza segreta, non sei degno di ribellarti alla primavera. Subisci squallido autore, nasconditi nell’ignoranza, nella codardia e sotto un manto fiorito finché non tornerà l’inverno tuo protettore!”

Giammai! Punto nell’onore, sollevo la tazza e brindo all’agorà tutta, manco fossi Socrate, e trangugio la nauseabonda sostanza…

“Ecco là vedo mio padre…”

Riapro gli occhi, dopo un’ambigua esperienza premortem, e torno nel mondo dei viventi.

La lingua non può descrivere, le parole non possono spiegare. E’ conoscenza sciamanica, un viaggio nel gusto dell’arcobaleno: tutto è più chiaro, più nitido anche nella notte senza luna. Gli effluvi della sordida primavera non abbattono più le mie membra e il mio spirito, i canti dei fiori, sirene vegetali, non irretiscono la mia anima, e io sono ormai un guerriero della parola, un samurai del racconto.

Ho iniziato a disegnare le cose che mi passano per la testa con la penna blu. Sono sfuggito alla prigionia dell’apatia autoriale. Quindi, mio sparuto lettore, non temere: se anche il richiamo dell’ormone impazzito ti portasse a correre nudo nei prati, e a trascurare i personaggi e le trame, sappi che la magica bevanda ti può aiutare. Di certo non avrai più amici, e men che meno fugaci accoppiamenti all’ombra dei platani, ma avrai ispirazione a non finire, incubi ad occhi aperti e visioni di cose che devono ancora accadere.

Ci vediamo dall’altra parte.

V.

Allego galleria a riprova della veridicità delle mie parole.

 

 

 

 

 

Tutti ciechi nel buio degli eoni.

Cosa vuol dire vedere e non vedere?

La presunzione di chi vede è immensa. Come si può vivere in un mondo del quale si percepisce solo una porzione limitata? Il sentirsi menomati ci sconvolge, ci terrorizza, e allora chiudiamo gli occhi, iniziamo a sentire con le orecchie e con le mani, avvertiamo, nel buio dietro le nostre palpebre, la mancanza di qualcosa di importante. La vastità di ciò che intuiamo oltre la cortina di oscurità è un baratro allettante ma irraggiungibile. E abbiamo paura.

Così apriamo di nuovo gli occhi per tornare alle nostre certezze vane e presupposte: dormiamo in una tenda di stoffa sottile, in una tetra foresta, convinti di essere al sicuro.

La verità è che siamo tutti ciechi. Tutti, da sempre. Cosa vediamo, in realtà, della Realtà? Cosa sappiamo percepire davvero? La scienza ci dice che abbiamo antenne per vedere una piccolissima porzione del caleidoscopio dell’energia. Una piccola fascia che chiamiamo luce, colore, e già riempie i nostri occhi di tutto ciò che serve per muoverci, per orientarci, per interpretare i volti e le emozioni altrui. In pratica tutto quel, poco, che ci è necessario per vivere nella nostra minuscola porzione di Universo.

E il resto?

Il resto è buio, è silenzio, perché non abbiamo occhi per vedere, orecchie per ascoltare, mani per toccare l’infinitamente piccolo, o livelli di energia troppo bassi o troppo alti. “Troppo” è la misura del nostro giudizio, il metro della limitatezza. Quando il primo uomo alzò lo sguardo verso il primo suo cielo, seppe di essere cieco e, a tentoni, cercò gli Dei, chiamò gli spiriti, lasciò che la sua voce echeggiasse nella notte, nella speranza che un “vedente” lo trovasse e lo aiutasse a muoversi nell’oscurità dei suoi confini. Sappiamo di essere soli.

Oggi, nonostante la scientifica evidenza, non ci poniamo mai il problema di capire davvero in cosa siamo immersi. Lasciamo che altri lo facciano per noi, ci accontentiamo del nozionismo. Ci basta quello spiraglio di radiazioni, lo spettro, per dire che abbiamo visto tutto, che sappiamo tutto. Distinguiamo le cose: questo sono io, questo è mio fratello, questo è un gatto, quella è una casa. Ma che distanza c’è, guardando oltre lo spettro, tra me e mio fratello? Cosa ci distingue? Quale materia speciale compone il mio gatto e non compone me? Non esistono molecole di gatto, non esistono particelle di mio fratello. Esiste la materia e l’energia, un’unica massa, entità, nube e miscuglio ramificato, niente di più.

Quello che sono io, è l’idea di me. Quello che è mio fratello, è il fantasma di lui in me.

Solo nel piccolo esiste differenza.

Due minuscole bolle d’aria in una pentola d’acqua sul fuoco. Le due bolle si allontanano, si avvicinano, si fondono, e si dividono, ma nell’insieme sono aria nell’acqua. Sono molecole tra altre molecole, atomi tra altri atomi: oggetti incomprensibili, creati dalle stelle, dalla spugna primordiale che è divenuta permeabile alla luce. Veniamo tutti dal turbinio di tempo e spazio. Lo scorrere degli eventi segue grandi leggi ma noi, ipovedenti, siamo confinati. Come la nostra terra ci appariva piatta, perché immensamente grande, così il tempo ci appare lineare, univoco e ineluttabile, perché siamo immersi in una bolla, in un liquido, in una pentola troppo grande per immaginarne il bordo.

Ma non è colpa nostra, siamo nati così, ciò che è imperdonabile è la nostra superbia. Siamo noi gli angeli caduti, gli angeli ribelli, che non accettano di non sapere, che non si incamminano con le mani tese ma si siedono, re di un cerchio stretto e vuoto, a proclamare editti vacui di confini su confini, perché è più facile chiudere un cancello e alzare un muro, che ammettere di non saper vedere l’orizzonte.

Se vuoi raccontare, devi imparare a guardare. Guardare quello che non si vede, sentire quello che non si sente, perché il dovere di uno scrittore non è indicare una strada, è accompagnare.

 

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