Perché ci piace tanto il “retrofuturo”? Un’ipotesi ardita.

Retro futuro, ovvero la fantascienza del tempo che fu.

Perché piace tanto?

Perché sta tornando prepotentemente alla ribalta?

Perché è affascinante vedere macchine di rame e ottone, scariche di elettricità e sbuffi di vapore?

Stavo lavorando ad un racconto in stile “retrò”, e mi sono interrogato sull’argomento.

Nel mio immaginario di bambino che guardava le stelle, la fantascienza era l’avanguardia di ciò che, un bel giorno, sarebbe diventato realtà. Molte delle invenzioni e delle visioni che gli autori hanno imbastito nel corso degli anni, sono poi diventate parte della quotidianità. Un esempio banale su tutti: il tablet. Nessuno ricorda con che naturalezza il Capitano Picard della U.S.S. Enterprise osservava il suo P.A.D.D. sfiorando lo schermo e digitando comandi? Era la fine degli anni ’80, all’incirca, e quella, oltre ai motori a curvatura e al teletrasporto, era l’avanguardia della tecnologia fantascientifica. Appena una ventina di anni dopo, il mio smartphone mi avvisa che devo andare dalla dietista alle diciannove e zero zero.

Idem dicasi per il design di automobili, aerei, oggettistica varia, edifici e così via discorrendo. Quello che, qualche anno fa, era “futuristico” adesso è quotidiano. Credo sia il gusto ad essere pilotato nella direzione dell’immaginazione. Volendo disegnare, ad esempio, l’auto del futuro io mi ispirerei ai film di fantascienza dove veicoli dalle linee morbide, aerodinamiche, super compatti ed efficienti, sfrecciano per le strade sopraelevate di Nuova Tokyo. E il tutto senza necessariamente inventare tecnologie iper complicate, tant’è che abbiamo veicoli che si connettono alla rete, leggono email, diagnosticano problemi, sentono i parcheggi, fanno gli auguri alla zia Evelina, ma vanno ancora a combustibile fossile, scaldano come dei reattori nucleari, e puzzano come una discarica di rifiuti tossici. Però a vederle sono futuristiche, no?

Anche a livello tecnologico la questione è la stessa: un autore che inventa un dispositivo di qualsiasi tipo, in realtà, sta soddisfacendo un bisogno umano che, però, per motivi economici, tecnici, o sociali, ancora non è disponibile. Pensiamo al cellulare. Quando avevo vent’anni ci si accordava con gli amici col telefono a gettone, si aspettava sotto casa o, se si era arditi, si suonava al campanello dell’amata, e si tornava a casa scornati dal fatto che i tuo gruppo ti ha passato la proverbiale “sola” perché è andato al cinema invece di venire con te. Non sono un nostalgico, – si vive benissimo anche senza cellulare-, ma sfido ognuno di voi a uscire di casa senza. Perché? Perché è comodo.

Ecco perché di “comunicatori”, “segnalatori”, “videoconnettori” portatili la fantascienza è tutt’ora piena.

Potrei andare avanti per ore tra robot, intelligenze artificiali, mini computer eccetera, eccetera. Quindi perché piace tornare a una fantascienza più “grezza”, più pionieristica e meno tecnologica? Perché affascina reinventare il futuro dal passato, piuttosto che puntare ancora oltre?

La risposta è nelle parole di Arthur C. Clarke autore di 2001 Odissea nello spazio: ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Ragioniamo. Qual’è la prossima frontiera della tecnologia? Materiali attivi? Ovvero metalli o stoffe composti da minuscole macchine in grado di adattarsi all’ambiente circostante, di mimetizzarsi, di resistere ai colpi più duri. Ci fa pensare all’alieno Venom della Marvel, o a qualche incantesimo di Harry Potter. La comprensione intima dello spazio e del tempo? Viaggi in dimensioni parallele? Già visto, e poi cosa troviamo in queste dimensioni parallele se non “altri mondi”? Succedeva in una buona metà dei racconti fantastici degli anni ’80. La fisica subatomica? I quanti? I bosoni? Cosa ci possiamo fare? Sostanzialmente qualsiasi cosa, esattamente come se avessimo una bacchetta magica. Anche a livello terminologico diventa molto difficile, e qui vado sull’arte scrittoria, rendere coinvolgente un racconto se non si riesce a far capire al lettore quello che sta accadendo. Dato che, con moltissimo rispetto parlando, anche i fisici stessi, quelli veri, non capiscono quello che sta succedendo. Ma non perché non ne siano capaci, ma perché è la natura stessa, intima, di certe particelle a non essere “comprensibile”.

Molto meglio un ingranaggio. Un ingranaggio si capisce, è tangibile, si rompe e, soprattutto, può essere facilmente immaginato da un lettore. Poi l’effetto nella storia è esattamente lo stesso. La narrazione delle umane cose segue delle “leggi” che, derivando dall’uomo, sono immutabili sia nella più profonda nebulosa, sia in un castello medievale.

“Mark sale di corsa le scale di pietra, si trova davanti la porta sbarrata e, con voce ferma, recita: ‘otibusatropitirpa!’ e il legno si trasforma in soffice sabbia e lui entra e salva la bella principessa Marisa.”

Oppure.

“Mark esce con un balzo dall’elevatore a bosoni caramellati e, trovandosi di fronte alla paratia energoquantica, si connette al computer cerebrolaser e attiva il disgregatore a shiftamento di spin, e la barriera si dissolve permettendogli si salvare la bella capitano Marisa.”

L’ho raccontata in maniera volutamente ironica, ma il concetto è lo stesso. Non si tratta più di fantascienza ma di un racconto fantasy dove, invece di recitare incantesimi in lingue sconosciute, si fa un po’ di “tecnoblabla” e si risolve il problema.

Nella fantascienza avanzata scompaiono i fili da attaccare, le antenne da sollevare, le paratie da smontare. I nuclei dei calcolatori da raggiungere a sprezzo del pericolo, le radiazioni da sopportare. Tutto diventa “troppo semplice”, troppo immediato. E i guasti? Pensiamoci. I guasti delle apparecchiature non fanno altro che rendere inservibile l’apparecchio (anche oggi, se si scassa il tablet, nessuno è sostanzialmente in grado di ripararlo con mezzi di fortuna…), oppure far piombare i personaggi in un mondo nel quale sono costretti a usare le mani, le clave, e le manovelle, uscendo dal seminato della fantascienza di frontiera.

Rinunciamo, quindi, alla fantascienza?

Rinunciamo al fascino della tecnologia, delle scoperte sconvolgenti, degli intrighi alieni? No, mai. Ecco perché affascina tanto lo steampunk, con le sue macchine sbuffanti e le scariche elettriche, o il decopunk, tutto svolazzi, ottone e cromature. Perché lasciano in bocca il sapore del ferro e dell’acciaio ma ci fanno toccare con mano un futuro che siamo istintivamente in grado di comprendere.

Sono convinto che, un bel giorno, avremo le nostre intelligenze artificiali con cui chiacchierare. Le nostre auto antigravità, le nanomacchine mediche e tutto quello che, fino a qualche anno fa, era fantasia. Sono anche fiducioso nella comprensione della realtà, della materia nel suo più intimo essere, ma in questo caso il velo che separa scienza, filosofia e metafisica, si fa sempre più sottile. Nel futuro, quando tutte queste cose saranno vere, ci saranno ancora uomini che leggeranno storie di scienziati che prendono a mazzate le console dei loro computer, che gettano acqua nelle teste dei robot per fermali, che aumentano la pressione del vapore dell’aeroveicolo per farlo andare più veloce.

Questo perché, ammettiamolo, noi umani non amiamo essere onnipotenti, no?

Dimmi la tua in merito, se per te c’è ancora spazio per la fantascienza, se sei per i Mesoni o per gli ingranaggi!

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