Bugia, verità o vera bugia?

Uno scrittore fantasy è uno scrittore poco impegnato?

Si possono veicolare grandi temi e riflessioni attraverso una narrativa di fantasia?

Qualche giorno fa, (mi tengo sul vago), ho partecipato ad alcune interessantissime conferenze a Ferrara, in seno a “Internazionale” una sorta di rave party di giornalismo, ambientalismo, e quasi tutto quello che finisce in “ismo”,  e ho ascoltato persone eccezionali. Non solo giornalisti che si occupano di grandi temi, grandi davvero, ma anche gente in prima linea, attivisti di varie nazionalità, che mettono realmente in gioco le loro vite, alle volte rischiandole anche, per quello in cui credono.

Sono rimasto ad occhi spalancati e orecchie tese per ascoltare racconti veri, di persone morte sul serio, di avidità surreale a livello intercontinentale, di fiumi devastati dall’inquinamento, di popolazioni scacciate, di guerre innescate per motivi economici. Ma non è di questo che voglio parlare: altri l’hanno fatto, lo stanno facendo, e lo faranno meglio di me.

Mentre sedevo nei teatri di Ferrara, o sulla ghiaia del parco, una sezione di me ha iniziato ad interrogarsi sul senso profondo, sul valore, dell’opera di uno scrittore. Io sono uno scrittore di fantasia (non dico fantastico perché suonerebbe immodesto 😉 ), e so, lo so per certo, di non avere la stessa potenza, la stessa capacità di veicolare immagini ed emozioni, se mi occupassi della realtà, se mi occupassi della “notizia”.

Non che non sappia scrivere, o non sia capace di raccontare una storia che sia accaduta sul serio, ma è il mio senso del bizzarro, dell’onirico, del grottesco a darmi la capacità di evocare. Così ho cominciato a chiedermi se davvero la mia opera, l’opera di un narratore, può avere valenza comunicativa perché io desidero ardentemente di veicolare un messaggio forte, un messaggio che, in qualche maniera, possa fare “la differenza”, e non solo divertire per qualche ora.

Un dilemma tra l’etico e il professionale che ho trovato dilaniante in quei giorni.

Poi ho iniziato a rifletterci su.

Nel momento in cui si mette su carta, espressione sempre più gergale, un qualsiasi pensiero, questo guadagna la forza dell’attestazione. Una bella frase, un’idea, o un motto, detti in un bar una sera d’estate, restano per qualche momento nell’aria e poi scompaiono. Scritti sui muri, sui volantini, sui libri, diventano un’arma, diventano la miccia che può scatenare un’esplosione. E io? Ho scoperto che la parola vola e lo scritto rimane? Siamo giusto una tacca sopra alla scoperta dell’acqua calda e una sotto della patata lessa.

E’ davvero importante che quello che scrivo sia vero? E’ così fondamentale? O magari, in sordina, è possibile far scorrere sotto la porta una qualche missiva nascosta che l’ignaro lettore potrebbe recepire pur divertendosi? Forse è proprio questa la via da percorrere, mi sono detto, proprio questa. E non parlo solo di grandi temi come l’eroismo, l’amicizia, l’amore e la guerra. Parlo delle cose in cui credo, delle verità che ho intravisto, delle relazioni con le persone che ho conosciuto. “Piccole cose” che, nonostante glassate di fantastico, mantengono il valore originario. Sarà una banalità, lo so, ma non tutte le epifanie sono immerse in una candida luce e nel coro degli angeli. Alcune vengono dallo sferragliare dei treni o dalle urla dei venditori di pesce al mercato.

Quello che voglio dire è che uno scrittore fantasy può fare la differenza, e questo scrittore fantasy, in particolare, vuole fare la differenza.

 

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