Infallibili e codardi nell’epoca dei social network.

Bungiornissimo a tuttiiiiiii1!!!111!! e caffeèèèèeèe.

Il crowdfunding del mio libro è terminato e, senza tanti giri di parole, è andato male.

Male significa che non si è raggiunto il quorum, nonostante gli sforzi del sottoscritto e di chi, appassionati lettori e amici, si sono prodigati per la diffusione e la promozione.

Non si è raggiunto il quorum significa che BookABook non lo pubblicherà.

Perché scrivere un articolo che parla di insuccesso? Perché non starsene zitti e buoni, fingendo magari che sia andato tutto bene, dandosi anche delle arie, velatamente incolpando l’ignoranza di voi inferiori, la cattiva sorte, gli alieni e le salamandre? Ci sono tante onorevoli scappatoie in verità: in Italia si legge poco, i giovani si drogano tutti, gli anziani non capiscono il fantastico, non si trova più un parcheggio, Word fa schifo, gli editori sono tutti corrotti e si fa carriera solo a furia di pompini. Dopo la giusta sequela di improperi alzare il tiro buttandola sull’antropologia per sembrare colti:  è colpa dei cellulari, della televisione, della scuola, delle scie chimiche, di Satana(c), dell’entropia e di Jung che ci ha convinti che tutti hanno una coscienza e qualcosa da dire.

Visto che non ci credi manco tu, perché stai qui a rompere?! Semplice: io non vinco anche quando perdo. Io perdo. Sono medaglia d’oro nella gestione della frustrazione da insuccesso! Ero un adolescente obeso, nerd quando ancora era un insulto, vestito male e intristito dal cattolicesimo. Potrei scrivere un trattato in cinque volumi sul Rifiuto.

Volume uno: il sesso opposto.
Volume due: la società.
Volume tre: musica, cinematografia e letteratura.
Volume quattro: il proprio pisello.
Volume cinque: il ficus appoggiato alla vetrina del garage.
(Sottotitolo: sì anche lui ti odia).

E non è l’invidia a farmi parlare se ci rifletti bene. Non mi sono ancora lamentato di nulla, mi sono complimentato con gli autori “che ce l’hanno fatta”  e ho pure partecipato economicamente. Ebbene sì, ho messo mano al portafogli per sostenere le campagne altrui. Quello che mi fa parlare è la voglia di raccontare. Lo senti questi suono? Uh? E’ il suono di quanto sono figo.

Detto questo, un po’ di dietrologia e alcune doverose premesse. Si ringraziano la Volpe, per i graziosi consigli di stile, e l’Uva per essere sempre così adeguatamente irraggiungibile.

Non avevo, fin dal principio, intenzione di acquistare tutte le copie da solo, né attraverso prestanome compiacenti, né tirando per le sottane nonne, zie e vicine di casa. L’idea di sfruttare il crowdfunding nasceva come esperimento sociale e non come necessità di soddisfare la mia vanagloria, tant’è che il romanzo era già in pubblicazione feuilleton in varie parti del web. Leggi avevo già intenzione di sputtanarlo aggratise. Ora, credimi o no, l’esperimento era il seguente: quanto è efficace il mezzo sociale come veicolo di contenuti? E quanto è alta la curiosità per le novità? A parte strusciare il pollice sul vetro del cellulare, ci si sofferma davvero a leggere? O è una specie di riflesso condizionato, gattino -> like, che non turba la placida monotonia delle funzioni cerebrali superiori? Non vi nascondo che, a discutere di queste oscure materie, la sensazione di vivere in un episodio della serie Black Mirror è molto forte. Chissà, magari alla fine di tutto questo avrò infranto a testate il quarto muro.

Altra premessa. Non volevo investire denaro in mega campagne su Facebook e cugini, un po’ perché sono povero e tirchio, un po’ perché mi faceva l’effetto “così sono buoni tutti”. Se avessi i mezzi per mettere il mio bel faccione prima di ogni video di gattini e ragazze che cascano dai gradini del tram, sarei uno scrittore famoso? Ho sborsato un po’ di quattrini per promuovere la mia pagina facebook, – si chiama con il mio nome, non mi va di mettere il link, vattela a trovare da solo -, e ha funzionato. Non lo nascondo, vedere il contatore dei likes salire di giorno in giorno mi ha entusiasmato. Sono arrivato a vette mai sperate e già mi vedevo nell’olimpo degli opinionisti, oppure nel gorgo dei fans, degli haters, dei flamers, e di tante altre parole dal suono esotico. Mi sono detto: hey vecchio, lo vedi? Tu disprezzi quello che non conosci. Fai il progressista di facciata, il giovane dentro che finisci scritturato da Sorrentino, il tecnocrate bullo con tuo padre che non sa usare il bancomat, però poi non sai cavalcare la tigre, annusare l’atmosfera, lo zeitgeist e sfruttare i nuovi canali. Vedi? Un po’ di promozione e fioccano lettori, e questi lettori ne porteranno altri e, al prezzo di un piccolo obolo al Grande Meccanismo, avrai ottenuto la diffusione che vuoi.

Con un tirato sorriso sulle labbra, e cosparso il capo di cenere digitale, mi sono messo a scrivere con ancor più lena, tirando post e selfie e hashtags come una macchinetta spara palle da tennis impazzita! E rimanevo seduto, in penombra, davanti al telefono come un amante respinto ad attendere commenti e interazioni.

Niente.

Per dirla con le parole della mia gente: passatu lu sandu, finita la festa. (Espressione marchigiana che si traduce all’incirca in: anche se ti sei beccato qualche pollice da qualcuno al quale FB ha spiattellato la tua pagina in faccia, in realtà non gliene frega una mazza a nessuno.)

Cosa è successo quindi? Stavi parlando del crowdfunding

Cosa è successo? Quasi niente.

Con questa affermazione non voglio denigrare quanti hanno creduto e materialmente investito nella cosa. A loro va il mio ringraziamento e la mia simpatia, ma questo non toglie che si tratti di una percentuale piuttosto esigua. Specialmente dopo aver rimosso la tara di “parenti moralmente coscritti” a sostenere il loro autore preferito. Anche ad essi va la mia stima imperitura, ma falsano i risultati. Sappiamo che un fiume scorre sempre dall’alto al basso, dai monti al mare. A livello molecolare, però, un certa percentuale di molecole vanno nel senso opposto. Te ne sei mai accorto? No? Scientificamente si dice: percentuale che non conta un cazzo.

Orbene, il primo pensiero illuminante a campagna terminata è stato: hai scritto una sonora vaccata quindi è normale che nessuno ti abbia sostenuto. Un romanzo troppo corale, troppo incasinato, troppo difficile, troppo strano, troppo surreale, troppo satanico, poco luciferino, troppo metafisico, poco filosofico, pochi numeri primi e ragazzine saccenti e portinaie plurisfaccettate per essere apprezzato. Subito dopo mi sono anche venuti alle orecchie i commenti entusiastici di chi il romanzo lo ha letto, positivamente criticato e apprezzato, i quali mi hanno convinto a credere non si tratti di materiale scadente. (Sia il proverbiale scarrafone che sua madre, sono d’accordo con me.)

Forse il problema non è nel contenuto, ho continuato a pensare, ma nella confezione. Un libro si vende dalla copertina, un po’ come si sceglie un cane al canile, metaforicamente parlando. Quindi ho spostato la mia multiforme attenzione su di un altro aspetto. Su un argomento principe che, ahimè, trovo ostico, incomprensibile e settario come lo studio di funzioni e il naso da segugio dei sommelier.

Sto parlando di Sua Maestà il Marketing!

Non puoi prescindere dal Marketing, mi sono detto, non puoi! Se c’è gente che ci studia sopra da anni, che valuta, soppesa e teorizza, varrà pur bene una messa, no? Varrà la pena di andare a leggere qualche consiglio, qualche dritta. In questo gli amici di BookABook sono stati molto accurati. Mi è arrivato un vademecum studiato per le menti semplici come la mia (era tutto un’icona) e basato sulle ultime e più quotate teorie di vendita: immagini, video, video verità, foto verità (leggi: consentire ai lettori di farsi i proverbiali “cazzi tuoi”), e contenuti extra appositamente scritti per arricchire e intrigare.

Detto fatto. Il nostro eroe muove mari, monti e mazzancolle per produrre un fantastico video promozionale. Sono fioccati i complimenti: bella l’idea della bara, sei figo, sei proprio folle, sembrano professionali (sono professionali!), fai paura, interessante, accattivante, inquietante, e la lista prosegue.

I’m sorry. Is dead, Jim.

Un deserto più deserto di Titano la domenica verso le quindici, quindici e trenta.

Quindi? Cosa è andato storto? Mi devo piegare alle leggi cristalline della statistica? Ipotesi da non sottovalutare, in effetti. L’intero universo si basa sulla probabilità nel suo più intimo, perché non dovrebbe valere per una campagna editoriale? La cosa, a dire il vero, mi disturba un po’. Possibile che farsi leggere sia solo una faccenda da slot machine? Tiro una leva e spero in tre lettori in fila o almeno in un paio di limoni? Non posso nemmeno dare una bella manata al cassettone, sempre che il proprietario della sala giochi non mi meni, e sperare di aver dato una scossa agli ingranaggi riottosi?

Seduto su di un masso a guardare la Sibilla innevata di questi giorni (è la montagna che vedo da casa mia), ho meditato e meditato cercando di raggiungere lo stato karmico del “Mea Culpa”.  Fase importantissima per un autore serio. Pur lasciando a Madame Sfiga il suo trono, avrò sbagliato qualcosa anche io?

In tal caso, cosa ho sbagliato?

Punto primo. Non sono un tipo ‘social‘. Per quanto non riesca a cogliere le infinite sfumature e gli esatti confini di cosa diamine significhi esserlo, sento nel profondo di me stesso di non esserlo. Non sono il tipo che frequenta gruppi e forum e congreghe digitali. Non perché sia ad essi avverso, e nemmeno dando a cagione la necessità di rapporti umani Veri, Faccia a Faccia, annusando i rispettivi deretani, no. Non frequento nemmeno gruppi reali, di lettura o meno, quindi il problema è solo mio: sono un solitario e pure senza carte (questa è sottile…).

Come può un solitario farsi apprezzare e/o emergere in un’autostrada policroma e affollata come la rete? Nella migliore delle ipotesi io posso starmene seduto sul guard rail con un pezzo di cartone in mano con su scritto: “will write for food”.

Punto secondo. Sono naturalmente bizzarro, teatrale ed esibizionista, ma non disposto a tutto. Non fingo i miei atteggiamenti e non li esaspero per attirare l’attenzione. Trovo volgare sbraitare e insultare la gente, non ho idee estremiste sull’immigrazione, mi incazzo spesso per tante cose ma non mi riprendo con il cellulare. Giudizio internet: scarsamente interessante. Continuando sulla scia dell’autocommiserazione raggiungo il terzo, e forse più dolente, punto del catalogo delle mie carenze mediatiche: non produco selfie, foto e video, di ogni singola baggianata capiti nella mia esistenza. Anzi, è faticoso da morire ricordarsi di farlo.

Durante la campagna in oggetto ho cercato di immortalare succulenti istanti della mia vita: gatti in pose coccolose, cibi in peculiari conformazioni, romantici tramonti sulle colline, ricordi vintage (e inquietanti) della mia infanzia, e soprattutto le mie sofferte espressioni quando mi spremo le meningi per partorire la giusta combinazione di orrore, sensazione, Pathos ed Aramìs, dei miei testi. Ci ho provato, lo giuro vostro onore, ma il tutto non ha senso per me. Impiego quaranta secondi a far partire la fotocamera, e chi ha dei gatti sa bene quanto 40s siano un’eternità, e anche riuscendo a scattare una foto me la dimentico nel cellulare, o non ho campo, o non ho attaccato la wifi e tiro giù moccoli a scrivere con i pollici sul tastierino minuscolo dello smartphone che mi si preme sempre la “n” al posto dello spazio e scrivo cose tipo “quandonarrivanlispirazionen…” che sembro i dirimpettai tedeschi in vacanza…

Mica mi sono scoraggiato così facilmente caro mio, nossignore! Sono uno scrittore, lo scrittore è bugiardo per definizione, e più uno scrittore è bravo più sei disposto a credere alle sue menzogne! Quindi? Ah, te la faccio vedere io! La realtà si piegherà al mio volere! Azione preventiva!

Quid est veritas?

Metto in piedi delle situazioni, sì reali, ma coadiuvate nella realizzazione. Delle “drammatizzazioni” come viene scritto sotto, piccolo piccolo, in quelle trasmissioni dove si ricostruiscono delitti incredibili e storie di quotidiano eroismo americano. Luci, motore, azione, et voilà! Ma dopo lo scatto, scatta l’effetto “stage”, ovvero la sensazione che sia tutto finto, costruito e insipido, meritevole solo di finire in pattumiera. La pattumiera dei computer è quanto di più umiliante esista al mondo. Una pattumiera reale almeno ha la tanatologica dignità del marciume. Quella digitale no. Nel cestino digitale le tue foto non marciscono, non si trasformano, sono aborti eterni, ininterrottamente in mostra ad un pubblico cieco. E anche quando le rimuovi “definitivamente”, esse permangono come stati eccitati degli elettroni, a perenne memoria.

I frutti di cotanto teatro salvati dall’oblio, trascinati più dall’onda del mio entusiasmo bipolare che da un vero pregio, una volta approdati su FB trasmettono una così imbarazzante sensazione di stupida vacuità da farmi pentire di essere venuto al mondo.

Ergo, ho smesso di farmi selfie, veri o drammatizzati. Ho smesso anche di postare e condividere frasi celebri, pensieri profondi, massime di vita, e altro ciarpame trito e ritrito perché, diciamocelo, il web si sostanzia di ripetizioni che non solo non giovano, ma manco martano e mercuriano! (Abbiate pietà, essendo surreale nel mio intimo, sono spesso incomprensibile…)

Ho provato a scrivere aforismi di mio proprio pugno, – superando la vocina nella mia testa che sussurrava: marchettaro! -, sono anche piaciuti, ma non ne producevo abbastanza da riempire i cartelloni dell’autostrada di internet, e non c’è niente di peggio di un aforisma sputato per forza: puzza di stronzata, ha lo stesso impatto emotivo de “mettiti la maglietta di lana”, e sostanzialmente, profondamente, cosmicamente non serve a un tubo. (Esagero con gli avverbi perché il mio editor mi ha detto di non farlo.)

Per crescere servono le proteine.

Per curare il raffreddore bevi lattemmiele caldo.

Gli uomini sono tutti maiali.

E alla via così…

La gente non legge.
Scusa ma ho scritto un paragrafo intero di mie mancanze, ora ti becchi un po’ di veleno. Non mi riferisco all’italica, ormai conclamata, avversione per le lettere, o alla progressiva analfabetizzazione da T9 e versioni successive, e nemmeno al gusto medio per la narrativa “reale” in contrapposizione feroce a quella “di fantasia”, genere per ragazzi, notoriamente sinonimo di idioti…

Mi riferisco al banale post di tre righe tre.

Le Tavole della Legge del Markenting mi dicono che “una foto è sempre meglio, e deve essere accattivante”. Ok, ma iu scrivitore sugnu
Posso andarmi a cercare su Pixabay delle belle immagini professionali (e gratis) per corredare quanto scritto, ma non posso veicolare la mia arte di “disegnare i suoni” attraverso un’altra arte. E’ come chiedere a Paganini di ballare il tip tap per far vedere quanto è bravo a suonare il violino, o a Raffaello di mettere in versi un suo affresco perché la pittura, si sa, non la capiscono tutti.

Lo ammetto, sono stato molto, molto, tentato di schiaffare in un post una bella figliola dal décolleté espressivo, e sparare sotto qualche stupidaggine e vedere quanti like avrei beccato. Il mio SensoDelPudore(tm), però, me lo ha impedito.

“Sii efficace, vai dritto al punto… ma sii accattivante”. Bene, ho preso quattro o cinque dei miei amici immaginari, li ho messi tutti intorno a un tavolo e, dopo snervanti ore di discussione, brain stronzing e navigazione digitale, sono approdato a due opzioni possibili.

Opzione A: scrivere in maniera assertiva come un Klingon.

IO SCRIVE! TU LEGGE! Qapla’.

Opzione B: carezzare la subdola arte dei puntini di sospensione…

Una donna entra in un salotto, quello che le accade è incredibile…

A questo punto l’interesse per la promozione è completamente scemato. Non lo so fare, non lo voglio fare, che diamine sto facendo qui? Mi ricorda molto ogni volta che tento di andare a correre per tenermi in forma.

“Hey capo, perché stiamo correndo?”
“Boh.”
“Pizza?”
“Carciofini per me, grazie…”

Davvero c’è bisogno di questa roba?

Ti aspetti un’uscita di scena plateale, ammettilo. Dopo aver inveito contro la sorte ria, la rete avversa, e aver sviscerato i motivi del mio insuccesso cavandone profondi insegnamenti filo buddhisti, vuoi che  io che mi allontani sul viale del tramonto, amareggiato come un vecchio armatore greco, a inveire contro i giovani, il web e tutte le diavolerie moderne che mi hanno escluso, salendo sull’antico legno a gonfiare le vele del mio sdegno e invitando tutti a chiudere Facebook, a bruciare Instagram, a sputare su Twitter così da poterci incontrare in un vero bar di una vera periferia a bere parole e piluccare poesia nel mondo reale?

No. Probabilmente troverei la maggior parte di voi molto irritante, e voi trovereste me molto irritante. Due fogli di carta vetrata strofinati insieme in pratica.

Io amo la tecnologia, e trovo anche del buono nel web e compagnia bella. Devo dire che l’esperienza mediatico-social-accatona mi ha dato la spinta a fare meglio e di più, e a riflettere sull’impostazione mentale della società “sociale” in merito alla notorietà.

Traduco: cosa voglio davvero?
Fama? Potere? Soldi?
La mia faccia sui biglietti da un dollaro?
I likes?

Niente di tutto questo: voglio scrivere e farmi leggere. Fine della storia.

Avere un blog con millemila iscritti e un pagina FB piena di commenti mi renderebbe migliore? Non credo proprio. Quello che mi renderà migliore è l’impegno quotidiano, la ricerca di nuova ispirazione, il portare a termine le mie opere, il cesellare parola per parola, niente altro. Per il resto voglio vedere il mondo con i miei occhi, e scattare qualche foto ogni tanto, perché la vita è mia, non tua, mia.

Conclusioni. Tanto fin qui non ci è arrivato nessuno. Sì questo è un paragrafo di insulti gratuiti al lettore per vedere chi effettivamente ha il coraggio di mandarmi a cagare apertamente. Sì parlo con te. Dì la verità: hai letto le prime quattro righe e hai pensato “minchia che sfigato questo che non riesce a pubblicare e finisce roso dall’invidia”, e hai fatto scorrere il tuo bel pollicione sullo schermo intriso di grasso e batteri (peggio della tavoletta del cesso, è stato dimostrato), e stai già veleggiando verso facce da papera, conigli in potacchio con pasticcio di melanzane e panda, e frasi importanti sull’essere liberi tipo: vivi la vita o la vita vivrà te.  E dai! Forza, scrivi “vaffanculo autore di merda” nei miei commenti! Su! Arrostiscimi, come dicono gli anglofoni, o ti devo mettere qualche hashtag su per il culo altrimenti non sai dove premere?! Uh? Dai lettore che scorri il tuo cellulare come un rotolo di carta igienica, dì qualcosa! O te la sai prendere solo con gli immigrati (a favore o contro) e su quanto sia malvagio Morandi che fa la spesa.

Dai lettore dì qualcosa! Il problema è che non sai cosa dire? Oppure non sai che ti sto prendendo per il culo? Cosa ti manca?

Se un autore bestemmia, ma nessuno lo ascolta, ha bestemmiato?

BookABook è un’esperienza elettrizzante da una certa angolatura. E’ stato divertente preparare i video, organizzare delle presentazioni spettacolo per raccattare proseliti (affluenza molto relativa ma attenta), e lo staff dell’editore è gentile, giovane e debitamente preparato.

Lo rifarei? Probabilmente sì, ma si sono già attivate altre situazioni, altre occasioni, e ne parlerò prossimamente.

Ti lascio con un pensiero profondo e formativo: le ragazze che cascano dal tram solo per chi sa attendere.

Con affetto,

V.

 

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