Siamo soli

“Chi si nasconde dietro al suicidio di Clara? Qual è il limite tra dedizione all’azienda e sottomissione? Un thriller fantascientifico sulla ricerca di Dio, l’amore e lo spionaggio industriale nell’epoca degli iphones.”

Una nuova storia dal tratto dolce amaro, la considero di buon auspicio dato che ho deciso di partecipare a qualche nuovo concorso.

Buona lettura…

I.

“…sulla religione, sulla fisica, sulla morale, su che taxi prendere, Clara, avevi un’idea, un parere, e una logica su tutto. E ti ho odiata per questo, non te lo nascondo. Anche adesso, con determinazione, hai fatto quello che credevi giusto, mentre io correvo dietro alle ombre. Vedere il tuo viso con gli occhi chiusi, come addormentata, mi ha fatto capire che in realtà vivevo solo per ascoltarti…”

“Ti farai cacciare. Ti farai sbattere fuori, ne sono certo.”

La luce del sole lampeggia impazzita dai finestrini del treno mentre sferraglia a 200 all’ora tra basse case, pali e alberi frondosi. Davanti a me c’è Leopold. Leopold è il mio migliore amico, è un mento con occhi e bocca, sotto una scriminatura impomatata color castagna. Il perfetto commerciale: bello, sportivo, rampante e incravattato in un completo blu elettrico di Armani.

Sta scuotendo la testa con fare serafico. Il suo volto ben rasato, il colletto candido, la cravatta optical, si riflettono sulle cromature dei braccioli e del tavolino tra noi. Decine di angelici Leopold stanno disapprovando quello che sto per fare.

“Ormai mi tengono solo per gli sgravi fiscali, Leo.” Cerco di non guardarlo negli occhi, fisso i giardini e i portici in legno bianco di Sunnyvale, che fuggono in lunghe strisciate confuse, come se dovessi contare i pomelli delle porte uno ad uno, mentre l’azzurro piatto della baia scivola lento sullo sfondo. So che ha ragione, so che mi sto per mettere nei guai, ma non posso farci nulla.

“Ti dovrei prendere a ceffoni, sei testardo come un bambino.” Leo infila una carica di nicotina nella vapor e si dà un contegno, ma è preoccupato, si capisce da come giocherella con i bottoni della giacca. Gli sorrido, mi sporgo in avanti per dargli una pacca sul ginocchio con la mano artificiale, giusto per ricordargli come sono fatto. Sono uno stronzo, lo so.

“Sei il miglior ingegnere informatico al mondo!” sbotta esasperato, abbandonando la sua calma angelica e sventolando la vapor. “Sei un genio delle reti…”

“Il migliore? Quanti ingegneri conosci oltre me?” sghignazzo e interrompo il suo sermone.

“Conosco tua madre!” dice puntandomi contro il led blu della vapor, poi continua: “E mi vieni a dire che l’azienda ti tiene solo perché sei…”

“Storpio?”

Gli occhi verdi di Leopoldo dardeggiano, serra la mascella, socchiude gli occhi e lascia perdere.

Dovrei chiedergli scusa, ultimamente sono intrattabile, ma il treno inizia a decelerare, e la voce calda delle ferrovie annuncia: “Sunnyvale station. In arrivo alla stazione di Sunnyvale.”

“Andrà tutto bene, Leo. Davvero. Ti chiedo solo di non preoccuparti.”

La luce blu della vapor si accende, Leopold allarga le narici, aspira e annuisce. Il suo mento prominente pare piegarsi all’ingiù. “Se fanno domande ti copro io, anche oggi. E ti coprirei sempre, mi conosci. Ma te lo devo dire: da quando Clara è morta, tu, non sei più tu.”

Mi alzo. Le protesi alle gambe producono un rumore ronzante, le anche ricostruite cigolano. Non so se si sente all’esterno ma io le sento. La forma delle mie gambe è un po’ strana, scheletrica, si nota nonostante i miei elegantissimi pantaloni antracite con la riga. Il treno si ferma e le porte automatiche si aprono silenziose. Leopold mi guarda, gli appoggio la protesi sulla spalla e tiro le labbra in quello che dovrebbe essere un sorriso rassicurante. “Non posso più vivere senza sapere la verità, dimmi che mi capisci.” Lui non risponde, capisce, ma sa che sto per fare una cazzata.

“Vai.” Fa lui, e rimette la vapor nel taschino. “Ci vediamo stasera.”

“Non serve Leo, davvero.”

“Taci. Stasera. Porto da bere.”

Non si discute quando Leopold porta da bere, e mi dirigo alle porte insieme a molti altri passeggeri. Chi scende saluta gli altri con affettata cortesia. Affronto i gradini bronzati uno alla volta con passo incerto. Gli altri mi guardano imbarazzati, fingo di non notarlo. Sulla banchina c’è fermento: giacche alla moda, borse, jeans fascianti, zaini e valigette, e l’insieme delle voci e dei passi produce una cacofonia echeggiante che satura la cupola della stazione.

Devo fermarmi di nuovo, mi becco qualche spallata e qualche scusa. I dottori dicono che è normale, che migliorerà col tempo, ma io dico che sarò un pietoso invalido per il resto della mia vita. Se non avessi gambe e mani artificiali, un polmone trapiantato e vari innesti nelle ossa, non sarei in piedi. E tutto a causa di Clara…

II.

“…eri arrabbiata quella sera, eri furiosa, non te ne faccio una colpa, ma la tua sfiducia mi aveva ferito.  Io non ti ho tradita, ti amavo. Le tue ricerche ci avevano allontanati, sì, ma non ero andato in quel bar per rimorchiare. Ero ubriaco, stavo anche parlando con la biondina tutte labbra, ma non ci sarei mai andato a letto. Forse volevo che mi scoprissi, che fossi gelosa di me. Tu eri così diversa dalle altre, così arruffata, disattenta, appassionata del tuo lavoro: fisica delle stringhe, roba seria. Una che studia la materia nel suo intimo non può di certo vedere le cose come gli altri comuni mortali. Eri bella ma non lo sapevi, non ti importava, e questa tua distanza dal mondo mi ha affascinato fin dal primo momento. L’idea che tu fossi sempre con un piede altrove ti illuminava ai miei occhi, ti elevava su di un piedistallo, però mi spaventava, perdevo il controllo…“

Entro nella stazione accolto da vetrine, e da insegne intermittenti. Senza indugi mi incammino verso il piazzale alberato all’uscita. Lo faccio per mantenere la copertura: se qualcuno mi sta seguendo deve pensare che stia per prendere un taxi; uso la folla per scomparire, come ai bei vecchi tempi. Ho un software di simulazione GPS in tasca, giusto per mettere in crisi i tracciatori. Non si sa mai. Quando ero un giovanotto intraprendente nel libero mercato delle informazioni, mi facevo chiamare, non a caso, “Paranoia”. Non mi hanno mai preso. Non avrei mai immaginato che, a quarant’anni suonati, mezzo paralitico, mi sarei rimesso a giocare con le reti e lo spionaggio industriale. Ma non riesco più a vivere senza sapere.

Raggiungo la porta a vetri e esco sulla strada. Molte auto parcheggiate, alberi verdi intorno al parco, e il bel sole caldo della California. Claudicante in mezzo a tanti impiegati in corsa, raggiungo finalmente Evelyn Avenue. Rallento di nuovo: protesi ultimo modello un cazzo. Mi fanno male la schiena e le spalle e mi devo fermare spesso. Nessuno presta attenzione a me, nessuno accenna anche solo a darmi una mano, c’è una sobria fretta nell’aria, un misto di orgoglio indaffarato e desiderio di darsi un contegno. Dirigenti, segretarie, faccendieri, scarpe lucide, borse di cuoio, e colazioni d’affari. E facce piegate e assorte sui mini schermi degli Edge, l’ultima novità dell’azienda.

“Cambiare il mondo, una persona alla volta.”

Li vendono come il pane in tutta America e presto in tutto il mondo. Presidenti, direttori e capitani d’industria vi registrano gli appuntamenti e i documenti. Le segretarie e i portaborse registrano numeri di telefono, indirizzi e fotografie. Basta collegarsi alla rete wi-fi e si compie il miracolo. Ma non è solo uno strumento di lavoro. I turisti alzano lo sguardo sotto i cappellini da pescatore, aprono le bocche, puntano gli occhietti delle fotocamere degli Edge, e li agitano come bacchette magiche per registrare l’esperienza audiovisiva per amici e parenti. Si divertono, ridono, chiusi ognuno nella sua piccola isola di vita. Io vedo una marea, un’alluvione di onde che si solleva dalle antenne, invade l’etere, viene risucchiata nelle parabole e inonda i server distribuiti in tutta la città. Li guardo con sufficienza, mi dà fastidio il loro infantile entusiasmo, ma sono proprio i bambinoni che comprano gli Edge a pagarmi lo stipendio. Paranoia, vecchio mio, sei solo un ipocrita.

Fendo una selva di ragazzini che ticchettano sugli schermi con le cuffiette bianche nelle orecchie, e mi dirigo verso la Chiesa della Resurrezione. Un cortile semicircolare, un ingresso anonimo e grigio. Al centro una statua del Cristo in bronzo, a braccia aperte, mi sovrasta facendomi sentire piccolo e fuori luogo. Sono stanco e, appena varcato l’ingresso, affrontare il breve tragitto verso la porta squadrata mi sembra impossibile. Prendo un bel respiro e faccio un paio di passi ma sono costretto a fermarmi subito. Una fitta alla schiena mi toglie il fiato perché ho camminato per mezz’ora buona per non lasciare tracce sulla carta di credito, ma non posso perdere tempo. Getto il busto in avanti, un passo dopo l’altro, digrignando i denti. Fisso il Gesù che mi lascia passare, che non mi abbraccia più, e non riesco a smettere di pensare a Clara.

L’interno della chiesa è silenzioso e odora d’incenso. C’è luce colorata nell’aria, particelle iridescenti di polvere che sembrano provenire direttamente dalla vetrata colorata dietro l’altare. Procedo tra i banchi color ciliegio, seguito solo dal crepitio delle suole di gomma. L’altare non è così grande come uno potrebbe aspettarsi, anzi, nonostante l’oro e l’arco in legno scuro che lo sovrasta, appare modesto. È una scena evocativa, calda, eppure sobria. Niente mi toglie dalla testa che la Chiesa assoldi dei pubblicitari. Clara, a questo punto, avrebbe fatto una piccola genuflessione, un veloce segno della croce e mi avrebbe dato una gomitata.

Rimango assorto ad ascoltare il vuoto che ho dentro.

Colgo un movimento grigio, un passo leggero. È un prete giovane, così magrolino da sembrare un attaccapanni sul quale è stata lasciata una giacca. Mi avvicino, gli do il tempo di capire chi io sia. Il suo volto da topo abbozza un sorriso e, indossata la stola di rito, si infila in uno scuro confessionale. Mi siedo in quello spazietto che puzza di disinfettante. Un paio di occhi azzurri slavati, dietro a una montatura nera, appaiono oltre la griglia e si muovono nervosi.

“Mi perdoni padre perché non ho peccato abbastanza.”

“Siamo nella casa del Signore.” Sibila il pretino a mo’ di rimprovero.

Gli mostro le protesi alle mani. “Io e il Signore abbiamo dei trascorsi tempestosi. Capirà, non si preoccupi.”

Il prete sistema gli occhiali, credo per mascherare il desiderio di farsi il segno della croce. L’ho aggredito, è vero, ma sono arrabbiato con tutti, forse anche con Dio. Infilo la mano nella giacca, estraggo una busta piegata, e la faccio passare teatralmente davanti alla griglia.

“Ho qui trenta denari, le interessano?”

Il prete si umetta le labbra serpentino. “Smetta di fare il buffone, non abbiamo molto tempo, e metta via quei soldi.” Risponde con un certo orgoglio nella voce. “Crede che lo faccia per denaro?”

“Credevo si ispirasse a San Giuda. Se non per i soldi, per cosa?”

“Per amore di giustizia.”

Ammutolisco. Una rabbia sorda sale da quello che rimane del mio stomaco fino al cervello, e mi infiamma le guance. Ricaccio in gola le domande stupide.

“Amministri giustizia, allora.”

“La signora Clara è stata assassinata.”

Lo dice così, non indora la pillola, e io sento la terra scomparire sotto i piedi. Tutti i miei sospetti, fino a quel momento confinati nelle ipotesi, mi piombano addosso come una pioggia di sassi.

“Come fa a dirlo?”

Il prete continua: “Sono stato a capo del progetto di padre Ernetti per quattro anni.”

“Ernetti?!”

“Padre Pellegrino Ernetti. Filosofo, esorcista, fisico ed esperto di elettronica, morto nel ’94.” Snocciola con un po’ di astio nella voce. “E zio della signora Clara. Cos’è quella faccia? Non lo sapeva? Era sua moglie o cosa?”

Accuso il colpo e lui ghigna. “Clara mi ha detto di essersi ritirata in una comunità,” balbetto per lo stupore. “Per ritrovare se stessa, o sciocchezze simili.”

“Senza preavviso il Vaticano mi ha imposto il silenzio, e mi ha trasferito qui. Diciamo pure che la signora Clara si sia trasferita in una comunità, ma non di certo per riposare, e le date coincidono.”

“Le è stato dato il benservito, insomma. Capisco che cerchi vendetta, ma che c’entra mia moglie? Di cosa si occupava Ernetti?”

“Un cronovisore.”

“Un cosa?!” Alzo la voce, faccio per alzarmi dal seggiolino di legno ma lui mi fa cenno di stare zitto. Si sporge circospetto dalla tendina, è molto nervoso. Toglie gli occhiali, li pulisce dal sudore.

“Cos’è? È impazzito? Vuole farci ammazzare tutti e due?!”

La storia del cronovisore sa di fantascienza da quattro soldi, una panzana bella e buona.

“Chi ha ucciso Clara?” ringhio.

Il prete distoglie lo sguardo da me, la sua iniziale sicurezza si è sciolta e vedo chiaramente le sue mani tremare. “Non lo so.” Risponde. “Forse la sua azienda, o un concorrente, non lo so. Hanno fatto un lavoro pulito, hanno inscenato un suicidio. Io non voglio questa colpa sulla mia coscienza, lo capisce?”

Non voglio che abbia una crisi isterica, ho bisogno di informazioni, il mio cervello è in fiamme. “A che serve un cronovisore? A vedere il passato? Il futuro? Cosa?” Il cuore mi batte all’impazzata per quello che sto dicendo. “Mi sta raccontando un mucchio di idiozie per tenermi lontano dalla verità, le giuro padre, io non ho più niente da perdere.”

Il prete si inalbera. “Non sia ottuso! Il dispositivo può funzionare, ed eravamo molto vicini.”

“Anche ammettendo che il suo stupido visore esista, perché uccidere Clara dopo averla assunta?”

Il prete mi guarda sgomento, si passa una mano su naso e bocca. “Davvero non ci arriva? Il cronovisore può vedere un qualsiasi punto nel tempo e nello spazio. Un qualsiasi punto. Si rende conto?”

“E allora?”

“Cosa accadrebbe se lo regolassi per guardare un minuto da adesso nel suo ufficio? O a un giorno da adesso in qualche laboratorio di ricerca? Non sarebbe di certo la prima persona uccisa per un motivo del genere!”

Il prete smette di parlare, si fa attento, sbianca e fa un rapido cenno con la mano. Rimango fermo, in silenzio, sento dei passi echeggiare sotto la volta bianca.

“Deve andarsene subito.” sibila. “A sinistra, in fondo, c’è la porta laterale. Vada!”

“Voglio i nomi.”

“Non sia stupido!”

Mi aggrappo alla griglia di legno quasi volessi sfondarla con la testa. “Devo sapere chi c’è dietro. Non mi costringa ad alzare la voce, io non ho paura di morire mentre lei ha una fifa del diavolo, è per questo che ha risposto alla mia chiamata!”

Nervoso si avvicina a sua volta e sussurra: “Non ho più accesso al progetto, l’ultima cosa che so è che un mio collaboratore, Stanley, è stato trasferito da qualche parte nella Briones Valley, poi non ho più avuto notizie da lui. Non so altro. Per l’amor di Dio non faccia mai il mio nome. Vada via!”

Detto questo esce trafelato dal confessionale, e in un attimo i suoi passi si spengono nell’aria che sa d’incenso.

III.

“…galeotta fu l’azienda, vero Clara? Sei comparsa nella mia vita un lunedì mattina, me lo ricordo come se fosse ieri. Uscivo dall’ascensore, quello con le porte bianche alla fine del corridoio. Hai fatto sette timidi passi in avanti, li ho contati. Mi hai sorriso con le tue labbra acqua e sapone: buongiorno, mi chiamo Clara, mi può indicare il laboratorio di ricerca sui materiali?
E hai sbattuto quelle adorabili ciglia biondo cenere…”

“Vuoi continuare a far finta di niente per tutta la sera?”

Leopold fa tintinnare il ghiaccio nel bicchiere, è il secondo whiskey che manda giù da quando abbiamo finito di cenare. Tra me e lui un tavolino basso, comodo solo per me, ingombro di cartoni di cibo cinese e rimasugli.

“Sei sconvolto.” Leopold accavalla le gambe. Finalmente si è deciso a sbottonarsi la camicia e allentare il cappio della cravatta. “Non me ne vado di qui finché non mi spieghi.”

Poso sul tavolo una specie di cucchiaio speciale che uso per mangiare. La salsa di soya forma una macchia a forma di granchio.

“Niente di che, una serie di sciocchezze.”

“Non me la bevo.”

“Si vede che non hai sete.”

Leopold mi guarda accusatorio, sospiro.

“Ho rintracciato il prete spulciando i tabulati delle telefonate dal vecchio cellulare di Clara.”

“Sei completamente impazzito! E che ti ha detto?”

“Ha parlato di un certo padre Ernetti, un genio a quanto pare, e di una sua macchina speciale.”

“Ernetti? Come Clara? Un parente?”

“Già. Uno zio defunto nel ’94.”

“E che cosa farebbe questa macchina?”

“L’ha chiamata cronovisore.”

“Crono che?”

“Cronovisore: schermo che consente di vedere ovunque nel tempo e nello spazio.”

“Non ci avrai creduto, spero!”

“No, certo che no.” Faccio spallucce. “Però il prete era spaventato davvero.”

“Se fosse vero spiegherebbe molte cose.”

“Che vuoi dire?”

“Voglio dire che se Clara è coinvolta nella realizzazione di questa macchina, se la macchina esiste, non ci sarebbe da meravigliarsi che qualcuno l’abbia fatta fuori…”

Lo brucio con lo sguardo.

“Scusami. Scusami davvero, è il whiskey.”

Mi ha fatto male, nel profondo, ma ha ragione. Non importa in realtà che la macchina esista o meno, importa che qualcuno la consideri reale o possibile. Con la mente viaggio a quei terribili momenti, li immagino, li definisco nei dettagli: Clara, nella sua stanzetta di motel, braccata da sicari con guanti di pelle nera. La costringono a ingoiare pillole su pillole, la distendono sul lettino scomodo sotto la finestra. Attendono che si addormenti, che taccia per sempre le verità che conosce. Rimango in silenzio mentre guardo il nero trapunto di luci della baia, ho gli occhi lucidi e la gola secca.

“Dammene uno, Leo.”

Allunga un bicchiere bello pieno, niente ghiaccio. Aspetta che riprenda a parlare ma io non riesco ad uscire da quelle immagini: le foto che la polizia mi ha mostrato e quelle sgranate dei blog.

“Quando l’ho trovata a casa, un anno fa, con le valige pronte mi sono arrabbiato, ero furioso. Le volevo mettere le mani addosso. Ma come? Mi dicevo, dopo che mi hai fatto quasi ammazzare, che mi hai reso lo sgorbio che sono, mi abbandoni? Mi lasci da solo come un cane?!”

La vedo uscire, la vedo abbassare gli occhi con aria colpevole, la vedo scansare le mie mani di silicone con orrore.

“L’aveva organizzata bene, sapeva che avrei reagito male. C’era un autista con lei, uno grosso, che ha ficcato le valigie nel portabagagli. Non ha detto una parola, è salita in macchina e via.”

Leopold solleva una sigaretta spenta, gli faccio cenno di fare come gli pare.

“Qualche giorno dopo mi arriva un’email di Clara. Credevo volesse il divorzio, e invece mi chiedeva tempo, mi chiedeva di fidarmi di lei, di capire che aveva bisogno di stare da sola con Dio, – con Dio! -, in una cazzo di comunità.” Butto giù tutto d’un fiato. “Perché sono stato così cieco? Se l’avessi cercata subito, sarebbe tornata, avremmo parlato…”

‘Non sarebbe morta.’ È la conclusione della frase ma non riesco a dirlo. Leopold annuisce, aspira dalla sigaretta e spande nell’aria fumo e odore di tabacco, accavalla le gambe e rimaniamo in silenzio per un bel pezzo.

“Amico mio,” gli dico con un sorriso amaro. “È tardi, voglio andare dormire. Devo riposare la schiena o domani mi dovrai portare in spalla.”

Leopold finisce il whiskey, e dà un’ultima boccata mentre si alza. La voce è bassa, più seria che mai: “Che hai intenzione di fare?”

“Scoverò quel dannato posto e saprò la verità.”

“Ti rendi conto di quello che stai dicendo?”

“Che cosa ho da perdere?”

“La vita!”

“Leo, davvero…”

“Credi che non volessi bene anche io a Clara? Che non mi abbia sconvolto la sua morte?”

Si è piegato su di me, troneggia con i suoi capelli appena spettinati e il suo mento da pugile, mi fissa con un’intensità che non gli avevo mai visto.

“Ci vediamo domani in ufficio.” Dice alla fine, e se ne va sbattendo la porta.

IV.

“…dovevo capirlo quel pomeriggio. Se abbandoni qualcuno non lo guardi con tenerezza, non appoggi le tue dita sottili sugli zigomi, sugli occhi. Non lo fai. Te ne vai e basta, scarichi il fardello dalle tue spalle, lo lasci a terra dimenticato. E non avevi abbassato gli occhi per senso di colpa, per vergogna, li abbassavi per prendere coraggio, per avere la forza di fare ciò che credevi giusto. Come sempre, come al solito, tu sapevi cosa fare. E io ora ti ho seguita, per i motivi sbagliati, senza sapere a cosa andassi incontro…“

La sede dell’azienda è un elogio alla modernità, alla praticità. Più largo che alto, ampio e spazioso, luminoso come il cielo della California. È una nave pronta a fendere la città e raggiungere l’orizzonte del futuro, una solida fortezza che non crollerà mai. Da un anno a questa parte brulica di gente nuova, tutta tesa alla progettazione e realizzazione degli Edge. La circuiteria è all’avanguardia, sovradimensionata, potente, permette la connessione di migliaia e migliaia di individui sparsi in tutto il mondo. Si vocifera che molti, nel consiglio di amministrazione, considerassero il sistema di “connessione sociale” una spesa inutile. Nessuno vorrebbe un aggeggio del genere, dicevano, a nessuno interessa registrare e spiattellare in giro i fatti propri. Ma il grande vecchio in persona ha caldeggiato il progetto, e il consiglio di amministrazione ha dovuto ingoiare il rospo. Ne ha imbroccata un’altra il vecchio “a collo alto”.

Sono seduto alla mia scrivania. Intorno a me è tutto un frullare di fogli e matite, ticchettare di tasti, trilli di cellulare. I miei colleghi si incontrano e si lasciano come atomi impazziti. Leggono le specifiche della nuova circuiteria “modello S”. Un’antenna miniaturizzata, più potenza di trasmissione verso i ripetitori, una lega di metalli non ancora esattamente specificata. Chi sostiene rame, zinco e drogatura di germanio, chi parla di tungsteno. Gli ingegneri sono sudati nelle loro camicette bianche a maniche corte, puliscono occhiali, bevono caffè, e cercano di tirarmi dentro nelle loro conversazioni ma io non li ascolto, non mi interessa.

Con rabbia spingo le mani sulla scrivania, afferro la giacca e esco dall’ufficio. Devo arrivare al seminterrato al momento giusto o non riuscirò a fare quello che devo. Non posso dirlo a Leopold, non posso coinvolgerlo, ma devo sapere per certo se l’azienda è immischiata o meno nella morte di Clara. Paranoia deve sapere chi è il suo nemico! Vorrei correre, raggiungere il centro elaborazione dati prima che suoni la sirena del pranzo e diventi tutto caos e chiacchiere inutili, ma queste gambe di plastica non ne vogliono sapere di andare più veloce.

Il basamento è freddo, le decine di server e gruppi di memorizzazione non amano il caldo. La sirena ulula ai piani alti. I colleghi del centro di calcolo escono tutti insieme. Si aprono le porte bianche, si aprono i vetri satinati dei reparti. Schivo con aria indaffarata i ragazzotti che ciarlano di terabytes, di larghezze di banda, di backup programmati e migrano verso gli ascensori.

“Frank? Frank!” chiamo alzando le braccia e salutando il responsabile dell’area dati. È basso e pelato, con un vistoso riporto nero come filamenti di catrame appiccicati al cranio. Anche lui indossa la camicetta bianca d’ordinanza, solo che i bottoncini fanno fatica a tenere a bada il ventre tondo. Si guarda intorno per un attimo prima di capire che sono io a chiamarlo.

Alza l’orologio per dare enfasi e importanza al suo tempo. “Mi mancava la rottura di scatole di mezzogiorno!”

“Lo so, lo so, mi spiace.” Gli dico con aria addolorata. Ci appiattiamo contro la porta alle sue spalle. “Scusami ma lassù sono tutti in agitazione per i test di trasmissione. Vogliono delle risposte e mi stanno sopra come avvoltoi.”

“Eh,” fa lui secco. “Ma io sto andando a pranzo.”

Non devo lasciargli il tempo di pensare. “Senti facciamo così,” gli dico con teatrale calore e lo stringo per le spalle con le protesi alle mani. “Devo solo tirare giù un paio di vecchi schemi dall’archivio, per le comparazioni. Se faccio la richiesta formale ci metto tutto il giorno, lo sai come vanno queste cose.”

Vedo il suo nervosismo, il disgusto, e ottengo ciò che voglio: Frank apre la porta del centro dati, me la chiude dietro e cerca di andarsene in fretta e furia.

“Dieci minuti. Poi chiudi a chiave da dentro e passa per la porticina interna, ci siamo intesi?” Mi guarda da sotto in su, accusatorio e colpevolizzante.

“Grazie. Sei un amico.”

Attivo il mio Edge, imposto le coordinate della mensa, estraggo il cavo di connessione. È ironico ma giusto: combatto il nemico con le sue stesse armi. Imposto la password pirata di Frank dal terminale di accesso diretto alle NAS di backup: sullo schermo compaiono lunghe liste di files. Copio le specifiche delle antenne prototipo dell’Edge, per lasciare una traccia plausibile, e intanto mi appresto a cercare tra i documenti e le transazioni che riguardano me e Clara. C’è qualcosa che mi ronza in testa, un dubbio, un tarlo: quali rapporti intercorrono tra la mia azienda, la Chiesa, padre Ernetti e tutto il resto? Clono in blocco tutta la struttura dati, il mio Edge lampeggia allegro e registra tutto.

Tornato a casa, steso senza gambe sul mio letto in lattice, sento il cuore che mi scoppia nel petto e la gola ingolfata dal senso di colpa, man mano che analizzo i dati che ho rubato.

Lo squillo del telefono mi fa sussultare.

È Leopold, mi dice solo: “Vengo con te.”

V.

“Clara, tu mi hai salvato la vita. Ho pianto, mi manchi. Sei stata generosa, sei stata coraggiosa. In un mondo dove ogni cosa si piega al denaro, tu hai saputo fare comunque la cosa giusta. Recitavi le preghiere ogni sera, prima di andare a letto, io facevo finta di non vederlo. Sciocchezze, mi dicevo, in realtà ti invidiavo…”

“Sono l’ultimo degli idioti, Leo, l’ultimo dei cretini egoisti.”

Riflesso nel vetro della macchina il mio volto pare invecchiato di anni: lo sguardo allucinato, le borse sotto gli occhi, la barba di un giorno e mezzo. Sento sulle spalle un peso che mi incurva, mi schiaccia, mi toglie il fiato. Colpisco con rabbia le ginocchia di plastica e queste producono un rumore sordo, vibrante, che arriva fino allo stomaco. Leopold siede di fianco a me, alla guida, lo sguardo severo puntato sulla linea bianca.

“Non potevi saperlo, e non potevi capirlo.”

“Credevo che l’azienda mi avesse a cuore, ero lusingato, pensa. Ma questa roba, questi aggeggi che mi fanno andare avanti come un pupazzo a molla, costano un sacco di soldi. Costano migliaia di dollari, Leopold, migliaia!”

“È stato uno scambio equo, se ci pensi. Clara lavorava su qualcosa di importante e segreto, e l’azienda ha ricompensato la sua dedizione dando a te delle protesi e pagando tutte le spese mediche.”

“È morta!” sibilo come un serpente. “È morta per questo! Avrei dovuto crepare io in quello stramaledetto incidente! Hai la memoria corta? Lei che mi fa una scenata di gelosia in macchina, io ubriaco fradicio, il volo giù dall’autostrada? E quel palo di ferro che mi trancia praticamente in due? Lei non si era fatta niente! Lei doveva vivere, io morire, e sarebbe andato tutto bene.”

“E ora cosa vuoi? Scaricare il tuo senso di colpa vedendo complotti dove non ce ne sono? Guarda la realtà: vi eravate già allontanati, cazzo, non sei il primo a cui succede, sii uomo. Magari voleva andare a studiare quel maledetto crono aggeggio fin dal principio e ha colto l’occasione.”

Gli punto contro un dito di plastica e ringhio: “Perché tutta questa segretezza? Spiegami! I soldi per le mie protesi, il finto licenziamento di Clara, le donazioni alla comunità montana della valle. Tutto sommerso, tutto nascosto. È sospetto!”

L’abitacolo della Ford diventa improvvisamente caldo. Leopold si irrigidisce, leggo la rabbia nelle sue pupille che non trovano pace. “Toglimi quel dito da davanti la faccia!” sillaba.

Passo le mani sugli occhi e tra i capelli. Non ho sensibilità, è come cercare di confortarsi con dei guanti di cuoio.

“C’è qualcosa sotto, Leo, qualcosa di grosso e io devo renderle giustizia. Non posso accettare che infanghino il suo nome con un volgare suicidio! Deve essere ricordata come un genio, non una donnicciola che si è ammazzata per gelosia.”

Leopold rimane in silenzio per un bel pezzo, accende l’ennesima sigaretta, apre appena il finestrino ma non si cura troppo del fumo, è nervoso.

Superiamo in silenzio Montclair e svoltiamo a destra sulla 24 per Orinda.

“Credi che ci siamo solo noi al mondo?” pontifica. “I cinesi, gli inglesi, gli svedesi rimangono a guardare mentre noi costruiamo apparecchi miracolosi? Certo che l’azienda fa queste cose in segreto! È ovvio, è giusto! Licenziare Clara era l’unico modo per evitare un qualsiasi collegamento.”

“Sì, certo. Ma c’è anche dell’altro.”

Leopold mi scruta, ho l’impressione che si trattenga dal darmi un pugno. “Cos’altro sai? Lo voglio sapere adesso.”

“Non voglio coinvolgerti.”

“Fottiti! Vaffanculo!” sbraccia nell’abitacolo e la macchina ondeggia. “Credi che importerà a qualcuno quando dirò che non ne sapevo niente?”

Leopold si appoggia allo schienale di pelle bianca e stringe forte il volante.

“Ho trovato i log di trasmissioni codificate, dai provider di raccolta dati degli Edge, a una destinazione sconosciuta intorno a Cupertino. Non so cosa contenessero le trasmissioni, non ho avuto il tempo di decodificarle, ma continuano per un anno, fino alla morte di Clara. Allora sono andato a cercare nel firmware del “modello S” e ho scoperto che anche quello è predisposto all’invio criptato, solo che la destinazione si è spostata verso un IP diverso.”

“E allora? Stai parlando arabo per me, non è quello che fanno quei maledetti aggeggi? Trasmettere informazioni?”

“Sì, ufficialmente, ma sotto al normale segnale dati passa anche una trasmissione codificata, segreta, che è diretta a un centro di raccolta di cui nessuno sa niente. Questo è illegale, nella migliore delle ipotesi, ed è il segreto che è costato la vita a Clara! Ne sono certo.”

Cala un silenzio molto pesante, umido, nell’abitacolo della Ford. Leopold gira all’ennesimo incrocio, lungo una strada dritta e assolata nel bel mezzo del niente, e punta verso il lago, verso Little John Cove.

VI.

“…per te è sempre stata una ricerca dell’assoluto. La tua passione per la fisica quantistica, e quella roba che chiamavi stringhe, era il tuo modo di pregare, di raggiungere il divino. Conciliare la scienza con la fede è possibile solo nell’infinitamente piccolo, nel cuore delle cose, nei “pensieri di Dio”. Tu avevi fiducia nel mondo. Ogni cosa avviene per un motivo, dicevi, anche a livello subatomico, e credevi nella giustizia, nell’equilibrio, nella bontà…”

È mattina presto, si respira aria fresca, un odore di erba tagliata da poco. Il sole è ancora basso e aranciato e gli alberi proiettano delle lunghe ombre sul parcheggio antistante. Esco dalla macchina a fatica, la schiena mi uccide; Leopold scende con agilità, chiude la portiera e fa scattare le serrature. Guardo le luci delle frecce lampeggiare e spegnersi e, non so perché, divento ansioso. Il parcheggio è una sorta di punto panoramico che da sul lago. È un bel posto per portare la famiglia e andare a pesca. Poco lontano una costruzione di legno, molto grande, con campi da tennis e piccoli bungalow tutti uguali. Sembrerebbe un campeggio, niente di più, ma io rimango a bocca aperta appena alzo lo sguardo. Un edificio di almeno cinque piani, di lucidissimo vetro a specchio e travature in acciaio bullonato, circonda il campeggio, lo ingloba. Il riverbero del sole sugli specchi ci fa stringere gli occhi e portare le mani alla fronte.

“Tu ne sapevi niente? Mi aspettavo una comune hippie.”

Leopold fa spallucce, il vento fa agitare la sua costosa cravatta. “Forse ne ho sentito parlare in qualche circolare, andiamo. Non possiamo stare qui come due allocchi.” Leopold è preoccupato, si guarda intorno con molta discrezione. Lo prendo sottobraccio per aiutarmi a camminare più svelto e gli parlo fingendo noncuranza: “Questo dimostra solo che ho ragione, ma adesso tutti sanno che siamo qui.”

“Andiamo fino in fondo.” Risponde secco.

Lo guardo di sottecchi, c’è qualcosa di alieno nella sua voce, nel suo stringermi. Vorrei andare verso il campeggio ma mi ritrovo praticamente trascinato davanti all’entrata del mostro di vetro.

“Hey!” dico. “Che diavolo ti prende?”

Ma lui mi sprona ad entrare con un gesto brusco, sfilo il braccio dal suo guardandolo male, lui apre le mani in segno di scusa.

C’è silenzio all’interno, e una reception bianca vuota, scale in acciaio che salgono e porte a vetri a destra e a sinistra. Dinanzi a me una sedia a rotelle, apro la bocca dallo stupore, mi volto e Leopold armeggia con un badge. Poi il click della porta automatica che si chiude. D’istinto inizio a indietreggiare con la forza della disperazione. Lui aspetta un attimo che mi accorga di non poter fuggire, e poi si avvicina, mi afferra con decisione.

Le gambe riescono a malapena a camminare, mi gira la testa.

“Per favore,” dice lui. “Fermati, o finirai per cadere e farti male.”

“Figlio di puttana.” Ringhio tra i denti.

“Mi dispiace molto,” sussurra Leopold mentre mi trascina per le ascelle verso la sedia a rotelle. “Non ci hai lasciato altra scelta.”

Sto per insultarlo, sento la rabbia, la frustrazione, la paura condensarsi in un unico punto, ma sono appena una seccatura per lui, e mi trascina all’indietro come un sacco di patate. Intravedo il suo volto indurito, le labbra esangui, mentre si china a staccarmi le gambe e inizio ad avere davvero paura.

VII.

“…hai provato tante volte a farmi capire, con quel tuo modo molto concreto di spiegare le cose, ma io non sono un gran matematico, né ho molta immaginazione. Però mi piaceva il tuo modo di fare: prendevi quello che ti capitava a tiro dal tavolo, una saliera, un tovagliolo, un bicchiere, e costruivi dei piccoli diorami esplicativi.

“Immagina che questo sia un quanto.” Dicevi. “Il quanto ha una direzione e un verso di rotazione…” E facevi girare la forchetta.

Non ho mai capito quello che volevi spiegarmi, tranne oggi…”

In lontananza, come in un sogno, una musica lounge riverbera per i corridoi deserti e asettici del palazzo. Devo aver perso i sensi per qualche minuto. Leopold spinge la carrozzina in silenzio, le porte dei laboratori sfilano come un corteo funebre. Mi ha tolto le mani e le gambe, era tutto organizzato, sapevano tutto fin dall’inizio.

Sei un traditore, un figlio di troia, un venduto, un porco, tutte cose che vorrei dire, che vorrei sputare sul grugno quadrato di Leopold, ma non ho le forze e riesco solo a dire: “Perché, Leo? Perché?”

Lui mi appoggia una mano sulla spalla. “Alcune occasioni le devi prendere al volo, amico mio, e qui si sta facendo la storia.”

Arriviamo davanti a una porta più grande, in metallo, che dà su un laboratorio che sa di fantascienza. I rack di alluminio sono stracolmi di server e cavi e luci impazzite. Monitor piatti, grandi come un cinema, visualizzano schemi e tracce di qualche sorta di trasmissione. Non è lo sfoggio di tecnologia ad ammutolirmi, è la voce che sento provenire dal piccolo schermo verdognolo al centro della sala.

“…avevo bisogno di sapere se vi era un senso a quello che ci era successo, se vi era un piano. L’ho fatto solo per questo, l’ho fatto per noi…”

Lo schermo si spegne con un lampo. “Clara…” balbetto, e si forma un nodo alla gola che non mi fa respirare. Un uomo piuttosto alto stempiato, barba corta e brizzolata, occhiali e zigomi alti, con in dosso un inconfondibile maglioncino nero a collo alto, mi attende dianzi al piccolo televisore.

“Si accomodi signor Gates.”

“Lei?”

“In persona. Io sono un suo grande ammiratore, sa?”

“Non so di cosa parla. Non avete il diritto di tenermi qui!”

“Suvvia, conosco tutto del suo passato. Paranoia, è geniale. Il modo in cui si è procurato l’Edge fantasma, le modifiche al firmware del GPS. Lei è proprio bravo.”

“La ringrazio. Nonostante la sua ammirazione il sequestro di persona è ancora un reato, così come l’omicidio signor presidente!”

Serafico il presidente si china leggermente, sorride ancora, mi guarda in viso: “Anche lo spionaggio industriale lo è, anche l’appropriazione indebita di prototipi, per non parlare dell’accesso non autorizzato a dati sperimentali. Lei ha fatto di tutto per mettersi alla nostra mercé.”

“Cosa volete farmi?” sollevo il mento. “Farmi sparire? Uccidermi come avete fatto con Clara? Ho registrato tutto, ogni dato in mio possesso! So cosa state facendo qui, e se mi capita qualcosa, il materiale verrà inviato a Wikileaks! Tutti sapranno che spiate le loro vite!”

Il presidente scambia uno sguardo sardonico con Leopold, muto alle mie spalle, e allarga il suo sorriso da guru.

“Lei non ha nulla di quanto ha detto. E, anche se lo avesse, chi le crederebbe? La gente sa che registriamo i loro dati, ci paga per farlo, per tenere i loro ricordi, i loro documenti, ogni cosa.”

“Siete degli assassini!” grido quasi cadendo dalla sedia a rotelle.

“Questo è falso e mi addolora.” Dice, e fa scattare una levetta vicino allo strano congegno che sembra un televisore con tante antenne.

Clara siede su una piccola sedia. Intorno a lei le pareti spoglie di un motel, un lettino, e una finestra che da su un parcheggio. Recita il Padre Nostro con le mani giunte e gli occhi chiusi dai quali sgorgano sporadiche lacrime. Non riesco a stare fermo, sento come fuoco nel cuore, come se la sedia a rotelle fosse ricoperta di spine. Mi trema il labbro dal dolore, dalla voglia di piangere.

“Come prima cosa ti chiedo scusa.” Clara parla all’aria, fissa un punto nella stanza, non c’è nessun altro se non lei. Le parole escono inesorabili come una confessione. “Non ho mai amato nessuno come ho amato te, davvero, ma ero inesperta, insicura, temevo sempre tu guardassi le altre donne, quelle più belle di me, più femminili…”

“Tu sei bellissima.” Dico a voce troppo bassa per essere udita.

“…e quella sera sono stata travolta dalla gelosia. L’incidente è stato tutta colpa mia, volevo autodistruggermi, sparire e punirti. Lo so che non mi hai tradita, l’ho capito subito, ma è stato tutto come una valanga. Quando ti ho visto nel letto dell’ospedale, niente ha avuto più senso per me…”

“È solo colpa mia… tutta colpa mia…” bisbiglio.

“Conoscevo gli studi di mio zio, me ne aveva parlato varie volte, aveva lasciato le sue carte a me, ma non li avevo mai presi sul serio. Dopo l’incidente, mentre eri in coma, non riuscivo a pensare ad altro. Ora capisco quanto sia stata sciocca, ma allora sembrava l’unica cosa da fare. Ho sempre creduto che tutto accadesse per un motivo, per uno scopo, che Dio vegliasse su di noi ogni momento. Avevo bisogno di sapere se vi era un senso a quello che ci era successo, se vi era un piano. L’ho fatto solo per questo, l’ho fatto per noi. Ripresi a studiare le carte di mio zio, cominciai a fare qualche telefonata, portai la mia lettera di licenziamento, ma sapevano già tutto e si sono offerti di pagare le tue spese mediche, di acquistare le protesi che ti servivano, e io ho accettato. Vedevo la mano di Dio in azione in queste cose, la sua Misericordia, la Provvidenza. Forse è la punizione per i miei peccati. O forse no. Perdonami se puoi, amore, perdonami per tutto.”

Inizio a piangere. Clara tace.

In un silenzio assoluto, soffocante, prende una manciata di pillole da un sacchetto di carta della farmacia. Posiziona alla sua destra due grosse pillole bianche e piatte. Attende, allontanandosi dal tavolo, come per far ben vedere quello che sta facendo. Poi sceglie una grossa pillola scura e la mette davanti alle due bianche. Di nuovo si ferma a far vedere la sua composizione. Infine, lentamente, posiziona sette pillole piccole e gialle, l’una dinanzi all’altra, fino a toccare la pillola scura. Con cura chiude il sacchetto e lo appoggia a terra. Dopo qualche secondo, prendendole con due dita, una per una, le ingoia. Fatto questo si stende sul letto, guarda il cielo, – guarda me -, e pronuncia una sola frase: “Siamo soli.”

L’ultima cosa che vedo è la stessa foto che mi mostrarono qualche mese prima: Clara è morta, suicida, in una stanzetta di un motel.

Alzo gli occhi ancora umidi verso il presidente. È rimasto in silenzio tutto il tempo, con la mano al mento, con quella posa saccente da inventore, a guardarmi.

“Si chiederà perché la stiamo costringendo a vedere questo doloroso momento.” Dice. “Quello che ha visto non è una registrazione, non abbiamo mai spiato sua moglie, non ne avevamo bisogno. Il cronovisore di Padre Ernetti funziona, grazie e soprattutto all’apporto di Clara. Purtroppo, però, è stato bloccato a fissare un solo momento nello spazio e nel tempo. Siamo convinti che si tratti di un messaggio per lei.”

Non so dire come ma tutto il dolore che ho dentro esplode rendendomi lucido, coraggioso. Posso quasi avvertire le vampe di calore che asciugano i miei occhi.

“E vi siete presi tanta pena per farmi arrivare qui ed ascoltare le ultime parole di mia moglie? Che nobiltà d’animo! Credete che io sia stupido? Lei vi ha fregati!” E rido di gusto.

“Ascoltami.” È Leopold a parlare. È calmo, conciliante. Fa il giro della sedia, si accoccola di fianco a me. “Adesso sei in collera e soffri. Anche io lo ero quando mi proposero di spiarti e seguirti ma poi la dirigenza mi ha fatto ragionare: avere il cronovisore funzionante significherebbe il dominio assoluto sulla tecnologia. L’azienda prospererebbe, e noi con essa. Il sacrificio di Clara non sarà stato vano…”

“Non dire un’altra parola, stronzo.” Scandisco bene le sillabe affinché non abbia dubbi. “Ti giuro, carissimo Leo, che se esco vivo da questa stanza troverò il modo di strozzarti. E lei, signor presidente, si tolga dalla faccia quell’espressione addolorata. Clara vi ha fregati tutti! Come ha detto è un genio, è più sveglia di ognuno di voi e, a quanto pare, del grande Padre Ernetti! E dato che ha capito cosa sarebbe successo vi ha impedito di usarlo. Adesso credete che lei mi abbia lasciato un qualche messaggio, vero? Che mi abbia svelato in codice come usare la macchina e salvare i vostri preziosi investimenti per gli smartphone?”

Il presidente diventa improvvisamente serio, quel suo sorrisetto da prete di campagna scompare rivelando una volontà granitica, e spietata.

“È esattamente così. Per funzionare il cronovisore necessita dell’analisi spaziale delle frequenze su tutte le bande, una cosa che Ernetti ai suoi tempi non poteva avere. Più campioni ci sono, più diventa preciso e può lavorare nell’arco temporale del minuto e del secondo. Ogni persona al mondo avrà il suo smartphone, tutti lo vogliono, tutti ne avranno bisogno, e ogni volta che li attiveranno giungeranno le analisi a questo centro. L’intero mondo sarà scansionato, istante dopo istante, e noi saremo onniscienti.”

“Ma non finché il dispositivo è bloccato!”

“È solo questione di tempo, troveremo i codici di sblocco.” Risponde congiungendo le mani. “Ogni nuovo modello sperimenterà un diverso codice. Più dispositivi, più combinazioni.”

“E allora a cosa vi servo? Sparatemi in testa e fatela finita perché se anche sapessi qualcosa non ve la direi mai! Mai!” grido come un forsennato, agito i moncherini sulla sedia che dondola pericolosamente.

“Ormai è nostro signor Gates.” Dice il presidente tornato al suo sorriso schietto e cordiale. “Possiamo farla processare o, come ha detto lei, sparire. Io sono contrario a questa procedura, onestamente, ma il consiglio di amministrazione vuole tentare la sorte per accelerare i tempi e non posso sempre oppormi a loro. Buona visione signor Gates.”

Gira intorno alla sedia e esce.

Io grido e lo insulto, cerco di voltarmi ma cado a terra con tutta la sedia a rotelle e sbatto la tempia sul pavimento di linoleum. Leopold mi afferra, mi rimette seduto. Poi si avvicina al visore e fa scattare la levetta.

“Prima parli, prima te ne vai da qui. Mi dispiace molto amico mio.”

“Sta zitto e vattene.” Sibilo, non potendo più togliere gli occhi da quel vecchio schermo a tubo catodico.

Le porte si chiudono alle mie spalle con clangore di blindato.

“Come prima cosa ti chiedo scusa…”

“No!” piango. “No! Amore, ti prego basta! Basta!”

“Non so quante ore siano trascorse. Mi sento debole, ho fame e sete. Non si è visto più nessuno da quando mi hanno lasciato qui. Sono caduto a terra di nuovo, e ti ho vista pregare e chiedermi scusa almeno cento volte. Ho capito subito cosa volevi dirmi, e perché lo hai fatto. Tu cercavi Dio, volevi vedere se c’è davvero un motivo per le cose che accadono. Forse è lo stesso motivo per cui tuo zio ha voluto iniziare il progetto, chi lo sa? Ma tu hai visto Dio, Clara, lo hai visto, ne sono certo. E l’unica cosa che mi hai detto è che siamo soli, siamo artefici del nostro destino. Questo ti ha dato la forza di essere tu la Provvidenza, tu quella che, umilmente, salverà il mondo. Continueranno a provare e provare, perché il male non può essere fermato, ma io sono con te adesso, sono dalla tua parte fino alla fine. Credono che le tue azioni nascondano un codice segreto che io saprò decodificare, e invece è il motivo per il quale mi lascerò morire di fame. C’è davvero un messaggio nascosto per me, nei tuoi gesti. Con le pillole mi hai voluto spiegare a cosa avresti pensato mentre cadevi addormentata per sempre.

È la più bella dichiarazione d’amore del mondo: la biondina fa sette piccoli passi verso l’ingegnere con il completo scuro, che la aspetta appena uscito dall’ascensore dalle grandi porte bianche.”

 

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