Discepoli dell’ira

È la seconda storia breve sul passato di Parthan, il mago elementalista assassino al soldo dell’Imperatore (che l’Unico Sole lo conservi).

Qui vediamo un altra scheggia dolorosa del nostro eroe, e la presunta redenzione portatagli da una Sorella dell’Eco che si innamora di lui ma viene giudicata e condannata dalla sorellanza per questo…

Il racconto è stato selezionato per la pubblicazione (vinto?) dal concorso Tenebrae di Isola Illyon. L’antologia è un e-book scaricabile gratuitamente proprio cliccando qui.

“Non esiste la Luce. Dentro di noi, dentro al nostro corpo, è buio.”

Voi non lo conoscete come lo conosco io, sorelle. Voi ne avete solo sentito parlare, udendo il riverbero delle sue gesta nell’ombra, ma io che ho vissuto insieme a lui in quei giorni travagliati nel gelido nord, io vi posso dire che non era pazzo, era un uomo dilaniato, due lembi di una ferita purulenta tenuti insieme da legacci di ferocia e disperazione.

Sì, sorelle mie, sono accusata di averlo amato, per quanto sia blasfemo ciò per cui mi avete posto alla sbarra, eppure dico, qui dinanzi a tutte, di averlo amato e di continuare ad amarlo. Le sue colpe, molteplici lo ammetto, derivano dalle colpe di altri e se aveste visto il suo sguardo di piombo, sapreste con quanto ardore anelava la redenzione, quanto lo sforzo che impiegò per contrastare la propria natura, il proprio passato, gli oneri che, – sfido ognuna di voi -, quell’uomo è stato in grado di sopportare.

Sedeva da ore su una panca di legno nella stazione, l’ultima stazione, di Agònberoch. Una città di pietra, un baluardo arroccato sulle rocce eterne delle montagne, talmente a nord nelle nebbie e nel gelo che gli stessi saaniti ne ignorano l’esistenza. Quali fossero le intenzioni che lo avevano condotto lassù, ormai, dovevano essersi spente nel freddo e nella fame.
Era magro, stanco, zigomi nervosi, occhi da assassino di un grigio tempestoso. Aveva capelli e barba color castano biondo, incolti, selvaggi, emblemi del tormento che portava dentro. Gli abitanti della città avevano imparato che quel viandante era innocuo, eppure se ne tenevano a distanza perché egli pareva irradiare una luce di tenebra.
Chi incrociava il suo sguardo febbricitante, le sue pupille veloci, abbassava la testa e tirava dritto, saliva sulle carovane trainate da cavalli scuri dal folto manto. Quell’uomo non chiedeva mai, non implorava mai, non gemeva di dolore anche se le sue ossa erano gelide e rigide, non parlava anche se la fame riempiva di visioni i suoi occhi. Fu così che lo trovai.

[…]

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