Fanny

Fanny

 

Sedeva su un muretto, non saprei dire da quanto tempo, e osservava sconsolata l’andirivieni indifferente dei passanti. Una donna alta, quarantuno anni, capelli corti di un indefinito biondo cenere.

Minacciava pioggia, lei indossava dei pantaloni troppo leggeri per la stagione e un maglioncino celeste pastello.

Di tanto in tanto accennava ad alzarsi, cercando di attirare l’attenzione dei passanti ma, puntualmente, la gente tirava dritta, non guardava nella sua direzione, non le dedicava un cenno o anche una semplice smorfia di fastidio. Così la donna si mordeva il labbro dall’imbarazzo e tornava a sedere sul gelido muretto rivestito di marmo.

Un altro giorno volgeva al termine, un rosso malato traspariva dalla coltre di nubi e lambiva appena gli alti palazzi della periferia; la donna ormai non alzava più la testa: i passanti erano sempre più radi, qualche auto sfrecciava schizzando umidità, e un barbone si apprestava a trascorrere la notte sotto la tettoia di un vecchio cinema.

In quel momento mi avvicinai.

Non si accorse subito di me, rimaneva con la testa affondata nelle mani, troppo triste addirittura per piangere, troppo smarrita.

“Fanny.” La chiamai per due volte.

Alzò la testa e sbatté le palpebre, poi si voltò verso di me e mi guardò come se vedesse una persona per la prima volta. Mi sorrise discreta. Aveva un volto un po’ troppo lungo e labbra un po’ troppo sottili. Non era una donna appariscente, ma dai suoi lineamenti traspariva una sommessa dolcezza, l’incapacità infantile di agire con malizia: si notava dal modo imbarazzato con cui distoglieva lo sguardo azzurro, o dal gesto impacciato di intrecciare le dita quando non riceveva risposta alle sue richieste.

“Ci conosciamo?” chiese senza guardarmi direttamente.

“No.” Sospirai.

“Piacere. Fanny.”

“Piacere mio. Ti vedo turbata.”

Fece un gesto di stizza con le labbra. “E’ tutto il giorno che chiedo informazioni, ma nessuno mi risponde. Sembra che tutti abbiano paura di me, o così tanta fretta da non vedermi nemmeno. Eppure non mi sembra di essere importuna!”

“No. Non lo sei.”

“Beh. Grazie. Almeno tu mi hai risposto.”

“E’ da un po’ che ti osservo.”

“Davvero? Non mi rendo conto da quanto tempo sto qui. Sarà tardissimo! Sono uscita senza orologio!”

“Non sei qui da molto.” Mentii. “Ma comincia a essere tardi.”

Ormai per strada non passava più nessuno. I lampioni si erano accesi proiettando una luce fredda sui lunotti e sulle carrozzerie delle auto parcheggiate, sui vetri sporchi dei palazzi. Fanny corrugava di tanto in tanto la fronte. Comparivano delle sottili rughe ai lati degli occhi e una curiosa mezza luna sulla fronte; guardava il circondario con un senso di dejà vu.

“Vuoi sapere dove ti trovi?” la aiutai.

“Sì.” Annuì con vigore. “Ti prego. Devo raggiungere via…”

“Shhh.” Le poggiai le dita sulle labbra, arrossì. “Non dirlo. Ci sono troppe orecchie in ascolto. So dove vuoi andare. Seguimi.”

Mi alzai. Il marmo che copriva il muretto era freddo e umido ormai, lei rimase seduta a lungo: guardava perplessa la mia mano tesa. Le sorrisi e attesi paziente, si appoggiò appena e cominciai a guidarla oltre il marciapiede. Si fermò a un passo dall’asfalto scuro, mi guardò piena di apprensione.

“Non so se ce la faccio.” Mi disse con una punta di vergogna. “Ho paura ad attraversare la strada.”

“Perché?” Le chiesi pur sapendo la risposta.

“Io… non lo so di preciso.” Intrecciò forte le dita. “Mi fa paura. Tutte quelle auto sono come un fiume impetuoso. Ho paura di essere portata via.” Detto questo si mise a guardare lontano, a destra e a sinistra, le sue pupille si dilatarono dal terrore. La strada era deserta e muta, perfino il barbone era sprofondato senza speranza nel suo sonno alcolico.

“Vieni. Casa tua è dall’altra parte della strada, se vuoi tornarci devi fare un piccolo sforzo. Vuoi tornare a casa vero?”

“Certo!”

“Andiamo.”

Fece un passo in avanti, indossava delle scarpe basse. Appena il piede sfiorò l’asfalto si fermò tremante, poi tornò sul marciapiede e si portò una mano alla bocca impallidendo; le lasciai la mano.

“Non è normale questo…” non riusciva a trovare le parole per descrivere lo smarrimento che, per me, era più che evidente. La regolarità dei lampioni grigi, le insegne dei negozi, i rumori lontani degli appartamenti: tutto le era familiare eppure distante.

“Vieni,” le dissi. “Non pensarci adesso.”

Si illuminò. Prese la mia mano aspettando che la guidassi oltre lo Stige umido dell’asfalto; attesi che mi seguisse spontaneamente, non vi era motivo di affrettarsi: nessuno avrebbe osato disturbarci. Ogni passo echeggiava nella via deserta, potevo sentire gli ‘altri’ in attesa fuori dal percorso che avevo stabilito, ma ero certo che lei non potesse avvertire le presenze.

Si sarebbe spaventata.

“Sono un po’ preoccupata.” Mi confessò. Voleva parlare perché il silenzio di quel viaggio la metteva a disagio. “Spero tanto che si sia ricordato di metterle il maglioncino. Senti che freddo. Mio marito è un brav’uomo, un giornalista, ma così sbadato con i bambini.” Ridacchiò. “Tocca a lui oggi passare a prenderla all’asilo, ma era caldo prima. Sono sicura che non si è portato dietro niente.” Scosse il capo bonariamente. “Ho preparato il polpettone per stasera e sono andata dal parrucchiere. Ho preso un giorno di ferie per coccolarmi un po’, ma non posso fare a meno di coccolare anche la mia famiglia, sono fatta così.”

“Sei una brava persona Fanny. Ma non fermarti adesso, siamo ancora in mezzo alla strada.”

Dall’altro lato si apriva l’androne di un palazzo molto alto, un alveare di finestre illuminate e tapparelle chiuse. Una grande porta a vetri, un po’ sporca di pioggia, era semi aperta e si intravedeva all’interno una scalinata, un ascensore con la porta a mano di ferro battuto, e alcune biciclette appoggiate da un lato.

Su tutto regnava un silenzio stanco, come dopo una dura giornata di lavoro. Nei piani alti qualcuno aveva chiamato l’ascensore, la porta venne aperta e poi chiusa, la luce dell’ascensore scomparve salendo.

“Prendiamo le scale.” Dissi. “Vuoi?”

“Sì, fa bene un po’ di moto. Io sto sempre seduta in ufficio!” Sbuffò. “Chissà se ha acceso il forno, non pensavo di fare così tardi…”

Cominciammo a salire le scale. Le pareti gialline avevano una fascia di usura all’altezza dei gomiti.

“Guarda che roba.” Commentò. “Abbiamo fatto ridipingere solo un anno fa.”

Trasalì all’improvviso guardando nella tromba delle scale. “E’ buio. Perché è così buio?”

“Si è spenta la luce delle scale, ma siamo quasi arrivati, non ci pensare. Quanti anni ha tua figlia?”

“Sì, deve essere la luce delle scale.” Mormorò. “Mia figlia ha quattro anni. E’ una bambina buonissima. Lo so,” strizzò gli occhi. “Lo dicono tutte le madri.”

“Tua figlia è davvero un angelo.” Annuii.

Il pianerottolo era fiocamente illuminato da applique, riproduzione di vecchie lampade a gas; nel corridoio i rumori degli appartamenti erano ovattati, irreali: sceneggiati televisivi, tintinnio di posate e piatti, un pianto lontano. Fanny si arrestò, al numero tredici, al rumore dei suoi piedi sul tappetino all’ingresso. Era un rettangolo di cocco bruno con scritto ‘Bienvenue’, lo guardò con la fronte corrucciata poi piegò le labbra all’ingiù. Provò a toccare la maniglia brunita e si comportava come se non riuscisse a raggiungerla.

“Sai?” disse girando appena la testa verso di me. “E’ curioso. Non ricordavo di aver comprato questo tappeto. Devo avere la testa tra le nuvole.” Rise imbarazzata. “Magari lo ha comprato lui, da qualche venditore ambulante. Non è capace a dire di no.”

“Lascia, faccio io. “ E le passai di fianco. Attraversammo.

L’interno era spazioso e arredato con un certo gusto moderno; vi era un solo grande quadro, una riproduzione di Kandinsky in mezzo a una parete bianca.

Un divano di pelle chiara e un tavolino di vetro occupavano l’angolo del salotto. Dalla cucina, dietro una porta a vetri color caramello, provenivano i rumori della cena.

Fanny fece un titubante passo avanti e aggrottò le sopracciglia; si avvicinò al quadro e allungò una mano per saggiarne i bordi.

“E’ meglio di no.” Le dissi appoggiandole una mano sull’avambraccio. “Non ti piace Kandinsky?”

Fece un broncio. “No. Una mia amica, invece, non fa altro che parlarmene. Mi ha anche trascinato ad una mostra una volta, – non ricordo -, tempo fa. Probabilmente il problema sono io, non lo capisco.”

Poi, come destatasi dal torpore, si illuminò. “Che pessima padrona di casa! Vuoi accomodarti? Vuoi bere qualcosa? E scusa il disordine ci sono sempre i giochi della bambina in giro…”

Guardò a terra: il pavimento era lucido e sgombro, il tappeto grigio bene ordinato sotto al tavolino e la finestra, che dava sul balcone, semi aperta. “Avrà rimesso a posto…” mormorò. Fissò per un lunghissimo istante la vetrinetta, strinse gli occhi come per vedere meglio.

“Non devi offrirmi nulla, grazie comunque.”

“Sei stato così gentile, non fare complimenti, vieni.”

Si avvicinò alla porta a vetri, si intravedevano due sagome. Senza attendere, con un gesto troppo brusco si trovò nella cucina.

La seguii.

Nel lavabo c’era una pentola e qualche piatto, sul tavolo una bottiglia di vino rosso e due bicchieri. Seduti vicini, un uomo in camicia azzurra e i capelli brizzolati aveva l’aria triste, al suo fianco una donna dai capelli rossi aveva le mani su quelle di lui, teneramente.

Fanny rimase a bocca aperta, si torse le mani con furia, divenne paonazza in volto ma riuscì a dire solo mozziconi di parole. I due non si voltarono, non la guardarono; rimanevano a fissarsi, lui triste, lei dolce. La donna strinse più forte le mani di lui e l’uomo le dedicò un sorriso tirato.

“Adrian?!” Fanny riuscì a chiamare alla fine con voce rotta. Mi guardò confusa e imbarazzata, un accenno di lacrime agli occhi. Io non parlai, lasciavo che le emozioni fluissero. I due al tavolo continuavano a non parlare, a non muoversi, avvertivano solo un senso di gelo all’altezza della nuca.

Fanny tornò in salotto con due rapide falcate, si diresse verso la vetrinetta. Rovesciò alcuni oggetti spasmodicamente, impedii agli altri di sentire. Poi si accorse di ciò che stava cercando e deglutì più volte. Vi era una foto nella vetrinetta, una bella cornice d’argento decorata a fiori e un piccolo mazzo di rose di porcellana in un angolo. Nella foto una donna dai capelli color cenere sorrideva, una bambina dagli occhi grandi e azzurri sorrideva. Vidi la comprensione cadere su di lei, una nube densa di fumo la attraversò e scomparve nel suo petto. Si voltò di scattò. I suoi lineamenti mediocri erano marcati da un profondo dolore, tempo infinto di pianto, palpebre arrossate.

Poi una vampa d’ira e di rifiuto la colse. “Lo odio!” sibilò. “Non doveva farmi questo! Non a casa nostra!”

“Cerca di capire…” dissi cautamente.

“Doveva occuparsi della bambina! Di nostra figlia! Non mi importa di me! Poteva divorziare se lo voleva! Ma questo no! Dov’è nostra figlia?!”

“Fanny,” la chiamai con voce ferma, le afferrai le mani che si agitavano dalla rabbia. Mi guardò senza vedermi.

“E’ successo quattro anni fa.” Insistei. “Non sei tornata a casa.”

“Non doveva fare questo alla piccola!”

“Eri andata a prenderla all’asilo quel pomeriggio.” Continuai inutilmente.

“A casa nostra…” sibilò.

“Avete attraversato la strada, siete state investite…” dissi, ma lei non ascoltava.

“Non me lo sarei mai aspettato. Abbandonare sua figlia così.”

“Fanny!” gridai. Dalla cucina provenne uno scricchiolio, il suono di una sedia spostata: ci avevano sentiti. “Sei tu ad aver abbandonato tua figlia! Lo capisci?! Lei è Altrove, tu sei qui! Lei ha bisogno di te, devi andare da lei!”

“Non è giusto, non è giusto!” continuava a ripetere. “Non ci posso credere…”

“Devi andare da lei!” Gridai di nuovo e la scossi per le spalle, non mi guardava. La porta della cucina si aprì, l’uomo brizzolato guardò nel corridoio, la donna gli si fece vicino, gli cinse le spalle.

“Non c’è nessuno, vedi?” Gli disse, e attese finché non fu pronto a rientrare.

“E’ una tortura così…” piansi.

Fanny lanciò un grido acuto, a occhi chiusi, uno squarcio gelido che risuonò come un tuono.

Fanny sedeva su un muretto, e osservava l’andirivieni indifferente dei passanti…

 

 

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