Fanny

Fanny

 

Sedeva su un muretto, non saprei dire da quanto tempo, e osservava sconsolata l’andirivieni indifferente dei passanti. Una donna alta, quarantuno anni, capelli corti di un indefinito biondo cenere.

Minacciava pioggia, lei indossava dei pantaloni troppo leggeri per la stagione e un maglioncino celeste pastello.

Di tanto in tanto accennava ad alzarsi, cercando di attirare l’attenzione dei passanti ma, puntualmente, la gente tirava dritta, non guardava nella sua direzione, non le dedicava un cenno o anche una semplice smorfia di fastidio. Così la donna si mordeva il labbro dall’imbarazzo e tornava a sedere sul gelido muretto rivestito di marmo.

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La voce di Nero

“Alcune ferite, semplicemente,
non possono guarire.”

 

Due occhi color verde felino la fissavano scintillanti, intensi; la pupilla verticale era stretta per la troppa luce, e la carnagione pallida dell’uomo si era trasformata in una sorta di velluto corvino, maculato e lucente.

Le parlò una voce aliena e umana ad un tempo che vibrava di un ruggito sommesso. Quella voce era gelida, lontana e triste: indubbiamente la voce di Jacopo.
“Quello che ti abbiamo detto è la verità, Madeleine. Non c’è altro da dire.” Sorrise, il bianco dei denti aguzzi scintillò nell’oscurità del suo volto.
“Ora puoi scegliere cosa fare, e di chi fidarti.”

 

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Un po’ come morire

La genesi di questa storia è un po’ travagliata. Lo scrissi per partecipare ad un concorso con tema: bugie & verità. Poi, però, man mano che procedevo il racconto prendeva una piega completamente differente. Cosa fare a quel punto? Semplice: non partecipare al concorso e tenersi il racconto e donarlo al mondo così com’è.

La storia è un piccolo noir ingenuo, con un risvolto esoterico mitologico, che gira intorno all’erotismo del tango. L’ispirazione per il racconto mi è venuta da “The pomegranate tango” di Three Weird Sisters che vi invito ad ascoltare leggendo.

 

Un po’ come morire

Era ottobre e faceva caldo.
Finito il solito giro di riscossioni, io e Bretella ce ne andiamo al bar. E’ una di quelle serate in cui anche questo schifo di città sembra bella: la brezza frescolina dalla baia, le nuvole chiare oltre la cappa di smog. Perfino l’odore di rancido del vicolo ha un che di romantico: non fetido ma fruttato.

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