Che vi sia luce

E’ uscito il terzo racconto della “Raccolta sparsa tra le pieghe del tempo”.
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Tutto ciò che esiste deve finire, affinché vi sia vita di nuovo. Allegra conosce il destino del mondo, l’Ombra le ha rivelato la verità, ma la fine del mondo è solo ghiaccio, follia e solitudine. Quale forza può contrastare il Destino?

Questo racconto è una storia d’amore. Un amore infinito e grandioso che supera tutte le difficoltà, siano esse la fame e il freddo, siano gli orrori più oscuri dell’animo umano.

Segui Allegra, una giovane donna alle prese con gli Ultimi Giorni e con il senso della sua vita intera, nel suo cammino dalle tenebre alla luce.

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Caffè verde e penna blu

Ovvero come superare la depressione primaverile.

 

E finalmente è arrivata la primavera. Il sospiro di sollievo dell’emisfero boreale ha scosso l’intero Creato e tutti già preparano costumi da bagno, copertine a scacchi e cestini col salamino a fette. Tutti tranne il sottoscritto ovviamente.

La primavera mi causa delle turbe psicofisiche terribili, e questo da sempre, e ultimamente mi trovo anche ad avere una qualche sorta di allergia, a chissà quale diamine di polline, che di certo non mi aiuta ad entrare in sintonia con la stagione.

La primavera è un periodo altamente depressivo per me.

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Tutti ciechi nel buio degli eoni.

Cosa vuol dire vedere e non vedere?

La presunzione di chi vede è immensa. Come si può vivere in un mondo del quale si percepisce solo una porzione limitata? Il sentirsi menomati ci sconvolge, ci terrorizza, e allora chiudiamo gli occhi, iniziamo a sentire con le orecchie e con le mani, avvertiamo, nel buio dietro le nostre palpebre, la mancanza di qualcosa di importante. La vastità di ciò che intuiamo oltre la cortina di oscurità è un baratro allettante ma irraggiungibile. E abbiamo paura.

Così apriamo di nuovo gli occhi per tornare alle nostre certezze vane e presupposte: dormiamo in una tenda di stoffa sottile, in una tetra foresta, convinti di essere al sicuro.

La verità è che siamo tutti ciechi. Tutti, da sempre. Cosa vediamo, in realtà, della Realtà? Cosa sappiamo percepire davvero? La scienza ci dice che abbiamo antenne per vedere una piccolissima porzione del caleidoscopio dell’energia. Una piccola fascia che chiamiamo luce, colore, e già riempie i nostri occhi di tutto ciò che serve per muoverci, per orientarci, per interpretare i volti e le emozioni altrui. In pratica tutto quel, poco, che ci è necessario per vivere nella nostra minuscola porzione di Universo.

E il resto?

Il resto è buio, è silenzio, perché non abbiamo occhi per vedere, orecchie per ascoltare, mani per toccare l’infinitamente piccolo, o livelli di energia troppo bassi o troppo alti. “Troppo” è la misura del nostro giudizio, il metro della limitatezza. Quando il primo uomo alzò lo sguardo verso il primo suo cielo, seppe di essere cieco e, a tentoni, cercò gli Dei, chiamò gli spiriti, lasciò che la sua voce echeggiasse nella notte, nella speranza che un “vedente” lo trovasse e lo aiutasse a muoversi nell’oscurità dei suoi confini. Sappiamo di essere soli.

Oggi, nonostante la scientifica evidenza, non ci poniamo mai il problema di capire davvero in cosa siamo immersi. Lasciamo che altri lo facciano per noi, ci accontentiamo del nozionismo. Ci basta quello spiraglio di radiazioni, lo spettro, per dire che abbiamo visto tutto, che sappiamo tutto. Distinguiamo le cose: questo sono io, questo è mio fratello, questo è un gatto, quella è una casa. Ma che distanza c’è, guardando oltre lo spettro, tra me e mio fratello? Cosa ci distingue? Quale materia speciale compone il mio gatto e non compone me? Non esistono molecole di gatto, non esistono particelle di mio fratello. Esiste la materia e l’energia, un’unica massa, entità, nube e miscuglio ramificato, niente di più.

Quello che sono io, è l’idea di me. Quello che è mio fratello, è il fantasma di lui in me.

Solo nel piccolo esiste differenza.

Due minuscole bolle d’aria in una pentola d’acqua sul fuoco. Le due bolle si allontanano, si avvicinano, si fondono, e si dividono, ma nell’insieme sono aria nell’acqua. Sono molecole tra altre molecole, atomi tra altri atomi: oggetti incomprensibili, creati dalle stelle, dalla spugna primordiale che è divenuta permeabile alla luce. Veniamo tutti dal turbinio di tempo e spazio. Lo scorrere degli eventi segue grandi leggi ma noi, ipovedenti, siamo confinati. Come la nostra terra ci appariva piatta, perché immensamente grande, così il tempo ci appare lineare, univoco e ineluttabile, perché siamo immersi in una bolla, in un liquido, in una pentola troppo grande per immaginarne il bordo.

Ma non è colpa nostra, siamo nati così, ciò che è imperdonabile è la nostra superbia. Siamo noi gli angeli caduti, gli angeli ribelli, che non accettano di non sapere, che non si incamminano con le mani tese ma si siedono, re di un cerchio stretto e vuoto, a proclamare editti vacui di confini su confini, perché è più facile chiudere un cancello e alzare un muro, che ammettere di non saper vedere l’orizzonte.

Se vuoi raccontare, devi imparare a guardare. Guardare quello che non si vede, sentire quello che non si sente, perché il dovere di uno scrittore non è indicare una strada, è accompagnare.