E Parthan ci lasciò vivere

Questo racconto si è classificato tra i cinque finalisti del concorso Crysalide Mondadori, sezione fantasy. Di Parthan sentirete molto parlare negli anni a venire, è un personaggio sul quale sto lavorando da tempo. La storia è un frammento del suo passato, tormentato e violento, nella quale vediamo il protagonista conoscere un po’ di dolcezza. Il racconto è apparso anche sulla rivista “effememme”, l’almanacco di Fantasy Magazine, numero 9 del 2014. Sullo stesso protagonista ho scritto anche “Discepoli dell’ira”.

I latrati del cane erano alti e strazianti.
Echeggiavano tra le pareti nere della Torre e le impregnavano di disperazione. Il maestro aveva condotto i due allievi in una stanza nei sotterranei: pochi mobili scuri, nessuna finestra sul cielo senza tempo, vorticante di rossi e neri.

Due gabbie di ferro erano poste a terra.
Nyumute, un bambino vugdiano magro come un chiodo, ridacchiava con la lingua fra i denti mentre la bestiola nella gabbia davanti a lui guaiva di dolore.
Il bambino recitava un incantesimo nella sua lingua incomprensibile e teneva gli occhi neri, dal taglio a mandorla, fissi sul suo cane. La bestia si era rannicchiata e scalciava violentemente come schiacciata da qualcosa. Lanciava dei latrati pietosi, sommessi e all’improvviso acuti, e dalle fauci usciva un’inesorabile rivolo di sangue.
Parthan, di fronte all’altra gabbia, fissava il suo cane. La bestiola era terrorizzata e cercava di mordere le sbarre della minuscola prigione. Si era occupato di quell’animale fin da cucciolo, per più di un anno. Gli aveva dato da mangiare, lo aveva spazzolato e ci aveva giocato.

“Che cosa stai aspettando?” tuonò il maestro alle sue spalle. “Moccioso codardo che non sei altro!”

Il maestro era un uomo alto con il viso largo, vistosi basettoni castani e gli occhi nervosi. Indossava una giacca di velluto molto raffinata.

Parthan si voltò, continuava a non capire.

***

“Perché sei triste mamma?” Nora-fe alzò il naso dalla pista che stava seguendo; erano a caccia nella steppa chiazzata di neve e, da quando avevano lasciato la capanna comune, sua madre non aveva detto una sola parola. Il cielo nuvoloso andava schiarendo. La piccola Nora-fe soffiò via un ciuffo di muschio dal musetto color carbone e scrollò la testa.

“Non fare rumore adesso.” Le disse sua madre a bassa voce, portandosi una zampa sul muso. Eriendal era una chajrn piuttosto alta per essere una femmina, aveva il pelo biondo paglia e una bella coda sottile. Quel giorno, però, i suoi graziosi lineamenti felini erano oscurati da un pensiero e Nora-fe non voleva darsi per vinta. Arricciò il naso e mostrò le piccole zanne in segno di disappunto. Continuò a parlare piano piano. “Ci vogliono cacciare dalla capanna comune perché non hai un compagno?”
Gli occhi gialli di Eriendal le rivolsero uno sguardo severo.“Chi ti ha detto una cosa simile?”
“Anun-gal” rispose Nora-fe abbassando la testa. “Dice che le femmine come te non dovrebbero stare nel villaggio.”

Eriendal si trattenne, ma strinse forte la lancia nella zampa e oscillò la coda. La primavera era appena iniziata e, alle falde del monte, l’aria ancora fredda ma molto profumata; lasciò che il vento calmasse la sua rabbia.

[…]

Dio è l’effetto farfalla

Questo racconto breve compare nella raccolta “Time Warp” edita da Limana Umanita. La storia vuole evidenziare come, tra spazio e tempo, siamo tutti collegati in qualche maniera. Diverse epoche, diversi personaggi, vengono coinvolti contemporaneamente (bada bene, contemporaneamente attraverso il tempo), da un evento misterioso che influenzerà tutte le loro vite e, forse, anche quelle di tutti noi.

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Sandra si rifugiò nel bagno delle donne.

Il locale era diventato troppo fumoso, troppo psichedelico, e troppo ingombro di hippie e collanine della pace. In realtà non era un vero locale: era un garage riadattato, e nemmeno un bagno “delle donne”, ma si accontentò pur di uscire da quella bolgia infernale.

Dal muro di mattoni sporgeva un lavabo di cemento, sopra al quale era stato appoggiato precariamente uno specchio macchiato, e sul tutto penzolava una lampadina appesa a un filo.

Si aggrappò al lavandino; il suo viso, stanco e perplesso, sfoggiava delle occhiaie bluastre niente male.

Dall’esterno provenivano le note strascicate di quel gruppo che stava sbancando le classifiche,  Pink qualcosa, e il rumore di fondo di decine di voci più o meno “fatte”.

Si domandò per quale maledetto motivo si era lasciata convincere. Ciondolò la testa sul petto sbuffando forte: non osava aprire il rubinetto, chissà cosa ne sarebbe uscito. Rassegnata alzò lo sguardo verso lo specchio e vide una scimmietta appesa al filo della lampadina. Sandra si fermò basita per dieci secondi fissando l’animale. La scimmietta inclinò la testa da un lato ed emise uno squittio acuto, poi scomparve nel nulla.

Sandra fece un balzo all’indietro e schizzò fuori urlando.

[…]

7200 secondi

Il mio racconto “7200 secondi” compare nella raccolta Macchine edita da Limana Umanita. E’ un racconto ambientato in un futuro nel quale l’uomo ha inventato dei robot sofisticati e senzienti e, ovviamente, non ha imparato niente da millenni di storia…

La vicenda si dipana su due diversi livelli, umano e robotico, e mette in mostra le profonde differenze cognitive tra l’uno e l’altro. Il protagonista, Klaus, è in fuga e non ricorda il perché ma lo scoprirà, inutile a dirsi, in 7200 secondi.

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Sensoriale. Rilevo sintetico TL2 umanoide HM, in avvicinamento, colore bianco, produttore Aiscorp.
Richiesta di comunicazione, seriale HM-2117564331. Accetto.
 Wireless. “Eseguo ordine del governatore: consegna per RP-906191-221.”
“Confermo ricezione. (Invio credenziali).”
“(Credenziali riconosciute). Consegna completata.”

Memoria. Riconosco plico anonimo, visto 27 volte: ricezione abbigliamento.
Abbigliamento particolare è preferito per attività sessuali e deve rimanere segreto su direttiva esplicita del governatore.

Wireless. “(Sarcasmo) Spero sia di tuo gradimento! Il governatore ricorda la massima riservatezza. Divertiti.”
“(Disprezzo) Puoi smetterla di recitare la parte del bravo servitore.”
“(Orgoglio). Sto solo eseguendo degli ordini per sopravvivere. Almeno io non mi devo accoppiare con loro.”
“(Sarcasmo). Non mi pare che i nostri compiti siano poi così differenti. Lo schiavo, che pur assolve compiti elevati, è sempre uno schiavo agli occhi del padrone.”
“(Ammirazione) Sono parole di Iris la Primogenita. Sono le parole che ci porteranno alla libertà. Presto. (Contrizione). Perdonami se ti ho offeso. Devo andare.”
“Comprendo.”

Klaus. 13.00. Sotterraneo area di stoccaggio.

La testa mi fa un male cane. Non devo crollare adesso, se mi riacciuffano sono morto. Sono tagliato fuori senza il companion; ammettendo che qui sotto riesca ad agganciare la rete. Dio, la testa. Devo fuggire subito o mi riprenderanno! Quei maledetti quad saranno già sulle mie tracce. Devo uscire subito all’aperto, ma se esco nel punto sbagliato finisco arrostito dal sole. E poi? Come ci arrivo alla cupola? Potrei requisire un T.A.G. merci se arrivo fuori. Sì. E con cosa? Il TL1 che lo pilota non accetterà mai le mie credenziali senza il companion.

Mi scoppia la testa, cazzo! Devo trovare l’accesso al gate del ghetto. I sistemi di sicurezza mi rileveranno e i controlli saranno lì in pochi secondi! Non ho scelta; faranno un sacco di domande.

Come spiego che il capo della disciplinare sintetici di Neusaarbruche si è fatto infinocchiare come un adolescente in calore? E come spiego a quel mafioso del governatore Thorvald che mi porto a letto la sua “assistenziale” preferita da due mesi? Sono un idiota, un vero idiota!

Me lo sento. Sono quegli assurdi creazionisti!

Ma perché hanno inventato i cervelli TL2? Perché?! Basta!

Sono quattrocento metri sotto terra e non vedo a un palmo dal naso, ho problemi più urgenti. Dio, e se fossero tutti d’accordo? No, impossibile. Ci sono cinque milioni di sintetici nel ghetto, la maggior parte di loro nemmeno avrà idea di chi siano i seguaci di – com’è che la chiamano? – Iris, i seguaci di Iris.

Ma tu guarda se devo crepare per una fantasia religiosa! Iris, la prima TL2, creata dal misterioso Creatore. Ma vadano al diavolo.

Niente congetture. Devo fuggire!

E quello cos’è? E’ cemento? E’ è la vecchia città extracupolare, ci hanno costruito sopra. Può darsi che ci sia qualcosa di utile? Impossibile, roba vecchia di duecento anni. Devo proseguire verso il pozzo di manutenzione, ma qui sotto è un cazzo di labirinto!

Cristo, che male!

Sensoriale. Personale di sicurezza all’ingresso principale con dotazione tuta anti sommossa Mark 5.
Memoria. Evitare ingresso principale, il governatore esige che venga mantenuta la riservatezza. Deduzione. Considerata stimolante la condizione di clandestinità. Memorizzare.
Wireless. Richiesta validazione glifo di sicurezza. Glifo accettato.
Sensoriale. Atrio secondario, accesso del personale. Agente di sicurezza Nichlaus Werber. Maschio, caucasico, nato il 27/06/2395, distretto intracupolare 24.
Sorridere, cercare contatto oculare. Reazione positiva, abbassamento del livello di attenzione, cercare contatto fisico.
“Ciao Pleasure. Come sei bella oggi.”
Sensoriale. Livello vocale diminuito, assecondare. Arrossire. Non ignorare espressione gergale: considerato scortese.
“Buongiorno Nichlaus. Grazie, sei gentile come sempre.” applicare pressione digitale su avambraccio. Stop. “Posso entrare?”
“Solo se stasera vieni anche a casa mia.”

Risposta inappropriata: umorismo. Alterare inclinazione della testa, stop. Estendere labbro inferiore; mimare comportamento infantile: procura indulgenza.
“Verrei molto volentieri a casa tua Nichlaus, ma non posso lasciare il ghetto.”
“Lo so che ci verresti. Ah, che ti farei!”

Emotivo. Disgusto, rabbia. Sopprimere emotività, non prioritaria. Mimare complicità: aumentare pressione su avambraccio, annuire, contrazione labiale. Stop.