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Mondi strani a StraniMondi…

Ore 4.00 del mattino. Dire che è mattino è un modo gentile per ignorare il fatto che siamo nel pieno cuore della notte. Temperatura buona, per me, meno per gli altri umani in mia compagnia.

Docile come sempre la mia fidata Fantasy-mobile si avvia e romba inarrestabile sul nastro grigio dell’asfalto coperto di galaverna, alla volta della tappa numero uno: parcheggio di un mega centro commerciale che tanto ricorda i film di zombie di Romero. I parcheggi, specialmente quelli vicino alle autostrade, sono un microcosmo, un ecosistema a sé. Pullman in attesa di viaggiare verso nuovi orizzonti, intorno ai quali sciamano anziani a coppie più o meno ciarlieri e più o meno confusionari, misteriose automobili con giovani donne bionde illuminate solo dal diafano schermo dello smartphone,  rampolli baldanzosi che guizzano tra le auto rombando sulle ammiraglie di papà, e io e il Magniloquente Luca P., – preciso come i proverbiali orologi svizzeri -, che attende nella notte dinanzi agli “artigiani della qualità”.

Saluti di rito, pacche sulle spalle, la sempre docile F-M si fa caricare di ogni bagaglio e via. Sicuri e spavaldi sull’autostrada.

L’autostrada di notte è qualcosa che adoro: luci, silenzio, corsie, bizzarri individui in posa futurista nelle piazzole di sosta, seicento fiat che seguono la linea bianca come le macchinine polistil, e parole, tante parole. A volte ironiche, spesso sarcastiche, a volte serie. E scopro che essere autore significa molte cose. In primo luogo la creatività, certo, in secondo luogo l’abilità, la tecnica e il talento, ma esistono anche molti altri aspetti da tenere in considerazione, perché l’uomo è relazione e il libro è frutto di relazioni. E quindi giù di caratteristiche delle lettrici calibro 35-65, comparazioni e tipologie e blah e blah e si finisce a sbagliare imbocco per il parcheggio dell’IKEA. Manovra di svolta a “U” da arresto ed eccoci a prelevare, sempre nel mondo crepuscolare e parallelo dei grandi parcheggi, il Riflessivo Diego B.  (Prima che lo chiediate io sono “Quel Cazzone di” quindi…)

Di nuovo via, veloci e sicuri, sul nastro d’argento. E vengo colto da estasi mistica. Non di certo per le immancabili “polistil” ma perché i miei compagni di viaggio si imbarcano in una discussione circa idee da proporre, dettagli narrativi di un romanzo del Riflessivo Diego. Quale piacere più grande può esistere per un narratore dell’assistere alla nascita di una storia? Poter dire un giorno: io c’ero, io ero lì a sentirli disquisire. E quel non so cosa alla base del collo, il brivido, la scintilla di un mondo che nasce e negli occhi le immagini che si formano perché, diciamolo, questi due sono bravi.

Nonostante la mia proverbiale incapacità di geolocalizzarmi, il traffico, l’orrore profondo scaturito dalla consapevolezza che “Occhéi Gùgol” vuol dire che ci sta ascoltando sempre… (e cade all’improvviso un pesante, imbarazzato, guardingo silenzio, e la paura di vedere uscire su Amazon un romanzo scritto in automatico sulla base degli spunti così incautamente riversati nel microfono del cellulare, ci rende sospettosi e preoccupati) … arriviamo a Milano! 

Scoperte che colpiscono allo stomaco il provincialotto che sono:

a) Milano è molto più grande di dove vivo io.

b) Il quartiere dove si tiene StraniMondi, il Bicocca, è molto più grande di dove vivo io.

c) I palazzi (sempre molto più grandi di dove vivo io) sono tutti uguali.

d) Mi sono perso.

e) Ma cacchio esiste davvero un posto così grande dove la gente si trova a giocare?!

Sto parlando della “Casa dei giochi”, titolo splendido per un romanzo orrorifico e splatteroso tipo “Saw”, che ci accoglie con un cancello in ferro modello penitenziario e un cartello giallo e nero che ricorda tanto un avviso di contaminazioni biochimiche, ma tant’è: eccoci! C’è la fila e, a pensarci bene, è una gran bella cosa, ma scorre subito e ci consegnano i tesserini, – roba seria -, spilletta e opuscolo.

Wow.

L’atmosfera è una via di mezzo tra la festa delle medie, una fiera mercato dell’artigianato artistico, e una crociera per single lungo le coste della Magna Grecia. Sì perché c’è nell’aria dell’allegria un po’ impacciata, strette di mano, sorrisoni, e la sensazione che qui, nella riserva, siamo tutti indiani anche se di tribù differenti. La fauna è tra le più disparate: giovani, meno giovani, decisamente meno giovani e “il centro anziani è la porta a fianco, la accompagno”. Scherzo, però il vedere gente di ogni ordine e grado e di ogni età mi fa sentire meno solo al mondo. Vuol dire che anche prima del ’75 qualcuno comprava Urania, leggeva fumetti, e guardava alle stelle non solo per cercare di memorizzare qualche costellazione da rimorchio, ma anche per immaginare e vivere nuove avventure. Asciugo la lacrimuccia dinanzi al bar dove un tizio in camicia hawaiana e elmetto austrungarico sta ordinando un caffè e mi alzo sulle punte: sono quasi le undici e devo farmi vedere da Ivan il Rosso detto l’Editore.

Come se non bastassero le già cardiopalmiche emozioni, arrivo allo stand delle Edizioni Watson e lui è lì, scodinzola felice, un cagnolino al canile, un gattino al gattile, un draghino al draghile, un bacino al bacile.  Non mi vengono gli occhi a cuore per il semplice fatto che ho un personaggio da mantenere e mi guardano tutti ma lui è lì. Sua maestà Il Libro.

Lo so, lo so. Sono un pivello sentimentale, un neofita dell’editoria, un pischello della narrativa ma, dannazione, è bello! E’ bello l’oggetto, è bella la copertina, l’odore delle pagine, ed è pure tutto scritto dentro, né troppo fitto, né troppo largo che anche io, nonostante le diottrie ormai andate, riesco a leggerlo con un piacere immenso.

Fate e dite quello che volete ma è una sensazione epico cavalleresca.

“Ricordiamo che alle ore 11, nella sala presentazioni, vi sarà l’incontro con le novità editoriali di Watson Edizioni…”

Fuck, sono io. Cioè non solo io, ma sono io quello che deve muovere il deretano e andare in “sala presentazioni”.  Il libro, che ormai è un’entità a sé stante nella mia testa, dice: hai visto che roba! C’è pure la sala presentazioni.

Ed entro. Santo Uinnidepù Orso e Martire è pure piena, e ci sono anche i flipper quelli vecchi, quelli belli! Digressione. La casa dei giochi, per quanto mi faccia rabbrividire il nome, è invero una via di mezzo tra il paradiso dei nerd e un vero luogo di aggregazione. Non è la solita ludoteca, sinonimo per stanzino che il comune ti dà perché gli hai rotto sufficientemente le balle e non ti sopporta più, è un luogo a modo, spazioso, con scaffalature ricolme di giochi, di miniature, di poster con tette manga, giochi da tavolo, sala bridge, bar e parco esterno con scacchiera gigante.

Ma torniamo alla presentazione.

Ivan il Rosso, detto l’Editore, mi guarda con calma buddhista e un sorriso gentile che dice: hai intenzione di metterti seduto con gli altri o vuoi che ti trasformi in un monito per le generazioni future? Scelgo la sedia, e dopo un paio di giri di waltzer con l’autore di fianco a me, riesco a mettermi seduto. Ho il libro davanti, che ogni tanto si gira con la lingua di fuori e la codina impazzita, il microfono e, – diamine -, numerose paia di occhi che mi fissano.

Mettiamo in chiaro una cosa: per quanto io sia istrionico, a tratti eccessivo, vanesio, sostanzialmente una drag queen letteraria, e dotato di una notevole  “faccia da c”, mi è venuta una emiparesi e sono rimasto con un sorriso che dopo mi ha telefonato la Mentadent per un provino. Il fatto non è la timidezza in sé, o l’emozione, o le parole che grazieaddio(c) non mi sono mai mancate. E’ il fatto che quelle decine di occhi stavano aspettando che io dicessi qualcosa di interessante sul mio libro. Il mio libro. Da dove comincio? Perché non mi sono preparato niente come al solito? Parlo dell’Impero? O di Parthan? O dei leomani? Potrei iniziare declamando una poesia d’amore dei Daugha? O magari parlare della differenza tra la magia rituale e l’utilizzo dell’Arte nelle perturbazioni dell’etere… Intanto gli altri iniziano a parlare e mentre il mio cuore si arresta, il fiato si fa corto e le gote paonazze, il libro bastardo, si gira di nuovo, punta gli indici facendo schioccare le labbra in un eloquente: sono mazzi tuoi.

Squilla il cellulare, è la Mentadent di nuovo, ma non posso rispondere, tocca a me!

Silenzio. Lo stesso silenzio che precede il botto di un fungo atomico e la tipica, emblematica espressione di un gatto che sta per schiantarsi con uno scania illuminato per la festa di San Gennaro. La platea attonita mi guarda, io la guardo attonito, con un groppo in gola tipo esame di stato di architettura, ed ecco che qualcosa, finalmente, fluisce. E non nei miei pantaloni fortunatamente, ma dalle mie labbra.

Musica epica, – serve sempre quando parli di roba fantasy -, e inizio a blaterare cose circa l’Impero (o “imBero” come mi hanno fatto giustamente notare), i Cani, la stretta ed intima relazione che vi è tra l’impellente desiderio di vendetta e i romanzi di formazione dell’800, la vita, l’amore, il contenuto di sodio nelle banane bio e tutta una serie di altre menate che anche a me medesimo suonavano bizzarre ma la succitata platea pareva gradire.

Piccola nota personale.

Ogni volta che parlo in pubblico, – probabile causa la mia patologia dissociativa -, io mi vedo dall’esterno. Non solamente come esperienza extracorporea pre mortem, ma proprio come analisi approfondita del comportamento. E non mi accontento di guardarmi da un solo punto di vista, mica sono un pivello, mi guardo almeno da un paio di angolazioni e commento e critico. Il dramma è che i vari punti di vista non sono mai d’accordo e finiscono per litigare facendo un casino bestia. E poi la gente si lamenta che sono distratto.

Ecco quindi il mio dialogo interiore al momento.

A: “Beh guardalo, per non aver preparato manco un foglietto striminzito di presentazione se la sta cavando bene, no?”

B: “Bubbole, fesserie! Si arrabatta peggio di un fedifrago sorpreso nel talamo dalle telecamere di Domenica In.”

A: “No dai. Così si sente che è più vera la presentazione, no? Più sentita, no? Che viene dal cuore, no? Mica ti puoi mettere a leggere un temino delle medie. Hai mai visto Umberto Eco leggere il temino delle medie?”

B: “Probabilmente alle medie lo ha fatto.”

A: “Hai capito cosa voglio dire, no?”

B: “Non si può soprassedere alla becera improvvisazione di contenuti, all’atteggiamento suo sì titubante! Ne va del nostro buon nome.”

A: “Naah. Ascolta adesso: Parthan è un uomo da un lato e una creatura inconcepibile dall’altro. Senti che poesia. Ha fatto pure un movimento delle mani aperte. Uomo-creatura, uomo-creatura. Bello, no?”

B: “Il binomio uomo-bestia, la ricerca di redenzione, mi si conceda: che palle!”

A: “Vabbè, se la metti su ‘sto piano allora, è inutile parlarne, no?”

B: “Ne ho abbastanza di te! Sii uomo e difendi il tuo onore! Domani al levar del sole al Campo di Marte…”

A: “See, buona notte.”

E così via discorrendo per interminabili cinque minuti.

Finita la cavalcata, e ne ho approfittato anche per dire “venitemi a trovare allo stand” con una sfrontatezza di mastrotiana memoria, ecco che avviene l’applauso. Dico avviene perché sì è generato spontaneamente, con risatine sparse, e giusto una spruzzatina di espressioni tra il garbato stupore e il sorpreso apprezzamento. E dai dai dai che la portiamo a casa. Ho un calo di pressione subitaneo che maschero da autoriale sensibilità. Il libro, intanto, si è messo un fagotto in spalla e ha tirato fuori il pollice sperando che gli altri libri gli diano un passaggio. Maledetto traditore!

Saluti di rito da parte di Ivan il Rosso, qualche “arrrh” piratesco tra persone che evidentemente si conoscono, ed ecco che ritorno nel marasma della fiera. Strani mondi davvero.

Vedo nell’ordine: ragazza in tenuta mega gotica con lacci di cuoio e calze con pipistrelli. Tizio in pelliccia (spero finta) con corna e bastone che tanto ricorda un pastorello rinascimentale. Signore alto grosso e barbuto, vestito di rosso, che fa: “oh oh oh” con vocione e accento ridanciano romagnolo, ragazzo in gilet a scacchetti, capelli sparati, orecchino figo (era davvero figo) e tanta voglia di fare affari e…

“Ciao, ti piace il fantasy?”

Una vocina flebile, femminile, fanciullesca ma inequivocabilmente diretta a me arresta il mio flusso di coscienza. Trattasi di giovane autrice, con evidente piglio commerciale e addestramento della Folletto, che si alza appena dalla sedia e mi guarda con un sorriso scolpito direttamente dal Bernini.

Possibili risposte valutate dal vostro autore preferito:

a) “No.  E anzi vi odio tutti. Sono qui per estirpare alla radice la vostra laida congrega di eretici lettori di nulla!” Estraggo una spada e la decapito.
b) “Sì, ma non dirlo a nessuno, mi vergogno.” Piglio cospiratorio e mi appoggio al banchino guardandomi intorno.
c) “No. Preferisco la carbonara.” E giù grassa risata.
d) “Sì. Ma non mi avrai mai!” E fuggo nella notte come il fantasma dell’opera.

Nessuna di queste supera le direttive base di compensazione sociopatia e quindi mi mantengo su un neutro: “Ehm… sì?”

Puf.

Dopo qualche tempo, non so dire onestamente quanto, mi stacco dal banchino con una busta di carta in mano contenente un libro che, evidentemente, ho acquistato. Sarà perché è una giovane autrice, sarà che condividiamo le stesse passioni, sarà che mi è partito l’istinto paterno, sarà che a casa ho due differenti tipi di Folletto con tutti gli accessori e opzione per quelli futuri, sarà quel che sarà, adesso mi tocca leggere un tomo fantasy piuttosto filo anni ’80 di 500 pagine. Pazienza. Però la copertina è della nuova edizione, mica cotica, e la dedica, sì perché ho scoperto essere pure stato dedicato, è molto carina.

Promemoria di sopravvivenza: evitare il contatto visivo con i venditori di libri, devono avere una qualche conoscenza occulta ipnotica. Sguardo basso, aria indaffarata, o qui ci rimettiamo lo stipendio.

Forte di questa nuova presa di coscienza mi aggiro baldanzoso tra gli stand.  Qualche minuto dopo mi accorgo di aver acquistato due raccolte, due adorabili mini libri in formato quadrato, un romanzo horror tratto da una storia vera, due birre, e una rivista di storie wierd. Calma. Mi appoggio al muro, torna la sensazione di festa delle medie quando guardi la ragazzina che ti piace ma non sai da che parte prenderla (o meglio hai solo una vaga idea basata sui racconti che altro che fantasy dei tuoi vicini di casa), preso dallo sgomento asciugo il sudore freddo: sono appena le 12.00 e già ho fatto fuori mezzo budget per il college. Calma. Cerco di defilarmi, mi metto in un angolo, sto buono buono. Non vedendomi Luca e/o Diego verranno a cercarmi, no? Devo solo stare calmo. Bene. E’ facile. C’è un posticino laggiù, vicino al bidone dei rifiuti, uno spazio angusto con la schiena al giardino, niente di male può capitarmi…

“Ciao, ti piace il fantasy?”

Buio.

Sono seduto al baretto con una birra in mano. La sorseggio da vero uomo direttamente dal collo inclinandola quel tanto che basta, con un gomito appoggiato alla formica e lo sguardo poeticamente perso a guardare una grossa ragnatela impolverata da autofficina, quando mi raggiunge la voce universalmente placida di Diego: “Ho seguito la conferenza sull’influenza dei cannoli alla crema nel weird inglese provinciale dai primi del novecento a oggi. Una figata.”

Io guardo sul programma per cercare di capire, e di darmi un tono, ma  quando alzo la testa non lo vedo già più. E’ riflessivo, sì, ma scivola tra la gente come un’anguilla unta. Torno alla mia bottiglia e mi arriva un’altra voce: “Fra poco andiamo a pranzo, tanto qui fanno pausa.”

“Ehm…”

“Cerca di stare qualche volta allo stand che mi devi firmare la copia.” E se ne va ridendo. Era Babbo Natale. Io scatto in piedi, esco dalla porta, torno a prendere il sacchetto dei libri e mi fiondo allo stand. E chi ci aveva pensato? Ma tu pensa! E se davvero qualcuno volesse farmi firmare un libro? Oh, ma allora è vero, cavolo, sì! Pronto a sfrecciare tra la gente manco fossi il protagonista di una di quelle commedie americane con le locandine a sfondo bianco e fuga all’aeroporto, mi ritrovo accodato alla gente che sta aspettando di parlare con Licia Troisi. Vedo solo la gente che fa: “aaah” e “oooh” perché la Troisi è minuta ed era circondata solo da omaccioni, quindi assumo che fosse lei.

Attendo con pazienza che defluiscano i fans e arrivo trafelato al mio stand.

“Ciao, ti piace il…”

“TACI!”

E già vedo le orde adoranti dei miei fans in attesa, le groupies urlanti, gli uomini che mi invidiano, le donne che mi amano, i bambini che sperano un dì di essere come me…

“Tu hai problemi per cena?”

E’ Ivan il Rosso aka l’Editore che mi si avvicina con il consueto e letale sorriso karmico che mi approccia con la domanda fatidica. Io replico simulando  altrettanta karmica rilassatezza: “A parte il fatto che sono vegano, nessuno.”

Sorriso. Ivan il Rosso mi molla un diretto alla mascella.

Pausa di riflessione su come nascono le guerre. C’è chi dà la colpa all’odio, chi alla natura umana. Chi dice che siamo stati geneticamente ingegnerizzati per essere competitivi. Altri sostengono, più filosoficamente, che non appena si traccia una linea ecco che iniziano i conflitti e le incomprensioni. Sono solo stupidaggini!

La vera causa delle guerre è la sordità!

Ivan il Rosso aveva capito l’esatto contrario del mio orientamento alimentar-morale (che è anche il suo) e quindi ha pensato bene di ridurmi all’impotenza e di trascinarmi per la collottola a cena. Chiarito che, tutto sommato, siamo della stessa parrocchia ci organizziamo per andare in “un locale che ti piacerà”.

Non so perché ma una sensazione come di freddo acciaio scivola dalla mia nuca fino al coccige ma io, veterano delle facce da poker anche se non so giocare manco a tombola, faccio finta di niente e Ivan il Rosso se ne va soddisfatto. Sarà stata la mia immaginazione ma ho sentito anche una risata orrorifica mentre si allontanava.

Giunta così la sera io, il Riflessivo e il Magniloquente, ce ne torniamo alla super multipla per recarci in albergo. Per il paragrafo seguente dovete immaginare nella vostra testa la musica di Benny Hill e immagini velocizzate.

Partiamo alla volta di via Taldeitali con Luca e il suo amico Gùgol a darmi indicazioni. E su per il viale, giù per il viale, manovra pi greco fratto tre, vicolo cieco, senso unico, zona pedonale, quartiere della mafia russa arriviamo in albergo dove Luca, solerte, si approccia alla reception per porre una semplice innocua domanda: “dove si trova il parcheggio?”

Vedo dal finestrino che Luca gesticola, la receptionist gesticola, e si salutano cordialmente.

“A sinistra!” è il semplice e rassicurante comando.

Ci ritroviamo, dopo un paio di minuti di zig zag in un quartiere di uffici che tanto ricorda Blade Runner, a cercare di tirar fuori la Multipla da una discesa così ripida da far invidia ai trampolini di salto con gli sci. Davanti una inquietante mega grata di metallo arrugginito, dietro la salita, a destra e a sinistra (in curva ovviamente) le mura di cemento di un parcheggio sotterraneo che, udite udite, non era il nostro!

I possessori di auto grosse e a metano (e Fiat) sapranno bene quanto i loro cavalli motori ardano dal desiderio di galoppare alla massima potenza in retromarcia e, dopo una serie di rombanti tentativi, eccoci usciti dal parcheggio con una puzza di gomma carbonizzata da sterminare tutti gli orsetti del cuore.

(Si è scoperto alla fine che “A sinistra” nella mente bacata della receptionist, non era sulla strada ma direttamente a sinistra della reception…)

Lavaggio, telefonata amorosa, sguardo accattivante allo specchio e via, diretti verso il Disco Inferno!

Il nome del locale non è Disco Inferno ma nel momento in cui ho varcato la sua soglia sono stato travolto da una tale energia anni settanta, palesemente e spudoratamente anni settanta, da cotonarmi i capelli.

E non si tratta di atmosfera fine a se stessa, no. Nemmeno nostalgia della gioventù passata abbellita dal ricordo. Qui c’è gente in giacca gialla con paillettes, donne con scollature vertiginose, tacchi altissimi e capelli afro. Un signore entra con una corona in testa e scende dei misteriosi scalini, poi arriva un altro tizio con i baffoni e una camicia viola satinata che lo segue, e poi le varie squinzie, pantaloni a zampa, collane e indici puntati al cielo e poi i BeeGees…

Rimango letteralmente abbagliato ma Ivan e gli altri autori della Watson mi chiamano al tavolo salvandomi dalla deriva: la realtà è sempre, sempre, più assurda della fantasia.

Non è vero Harvey?

Harvey: “Hai ragione da vendere amico!”

Fine.

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Perché ci piace tanto il “retrofuturo”? Un’ipotesi ardita.

Retro futuro, ovvero la fantascienza del tempo che fu.

Perché piace tanto?

Perché sta tornando prepotentemente alla ribalta?

Perché è affascinante vedere macchine di rame e ottone, scariche di elettricità e sbuffi di vapore?

Stavo lavorando ad un racconto in stile “retrò”, e mi sono interrogato sull’argomento.

Nel mio immaginario di bambino che guardava le stelle, la fantascienza era l’avanguardia di ciò che, un bel giorno, sarebbe diventato realtà. Molte delle invenzioni e delle visioni che gli autori hanno imbastito nel corso degli anni, sono poi diventate parte della quotidianità. Un esempio banale su tutti: il tablet. Nessuno ricorda con che naturalezza il Capitano Picard della U.S.S. Enterprise osservava il suo P.A.D.D. sfiorando lo schermo e digitando comandi? Era la fine degli anni ’80, all’incirca, e quella, oltre ai motori a curvatura e al teletrasporto, era l’avanguardia della tecnologia fantascientifica. Appena una ventina di anni dopo, il mio smartphone mi avvisa che devo andare dalla dietista alle diciannove e zero zero.

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