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La pericolosa vita dello scrittore-sciamano

Scrivere è emozione.

Suona come uno slogan da quattro soldi, lo ammetto, ma è una realtà che uno scrittore deve affrontare e subire sulla propria pelle. Un testo che non trasmette emozioni, al suo meglio, può essere uno scritto informativo, niente di più. Ma quando le parole non bastano, le metafore sono secche come spugne al sole, e si gira e si rigira intorno a una sensazione che non ne vuole sapere di imprimersi sulla carta, cosa si può fare?

Come si racconta un’emozione?

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Chiocciole e colline

Da ragazzo allevavo chiocciole.

Non ho una particolare passione per gli insetti, anzi, li trovo un po’ inquietanti, alcuni ripugnanti, ma per le chiocciole ho un amore particolare.

Sarà per gli occhietti retrattili, sarà per il loro bizzarro incedere, sarà perché paiono provenire direttamente dalla preistoria e mi fanno pensare all’infinito, non so. Magari è solo la spirale del guscio…

Avevo una scatola di plastica tonda, che ricordava una cappelliera per signore. La trovai nel retro di un bar vicino casa, ci tenevano le rotelline di liquirizia, e l’avevano gettata vita. Per me era gigantesca, amo ricordarla così, ed era tutta trasparente. L’avevo foderata di foglie d’insalata e le mie piccole, graziose sbavatrici, giravano in tondo mangiando senza sosta. Una aveva il guscio bianco e liscio, dalla spirale armonica, aurea. L’altra, invece, era più grande, un po’ meno aggraziata, e dai colori dal nero al marrone.

Si aggrappavano al bordo delle foglie e mangiavano con meccanica sistematicità, gnam, gnam, gnam, gnam, fino “all’osso” dell’insalata. Un bel giorno, la più grande, decise che doveva scoprire i confini del mondo e si avvicinò pericolosamente al cielo. Come Icaro, la sua brama  le si rivoltò contro, e il cielo venne giù. Quando tornai da scuola trovai la scatola aperta e le mie amiche scomparse.

Quel giorno imparai il valore della libertà.

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Cacciatore di volti

“Non togliermi neppure una ruga, le ho pagate tutte care.”

Anna Magnani

Quante cose sa raccontare un volto? La sua forma, la sua struttura, il tempo che gli è scorso addosso, ci parlano, ci dicono tanto della persona che si trova dietro alla sua maschera.

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Fin dall’antichità l’uomo ha cercato di farsi ritrarre, il più realisticamente possibile, – o l’esatto contrario -, per avere un’immagine di sé. Un’immagine da guardare, sì, ma che abbia anche il potere di trasmettere ciò che il soggetto ha dentro. Io vado spesso a “caccia di teste”, come sono solito dire.

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