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La punta dell’iceberg

Le tre dimensioni di buon  personaggio:  un  “trialogo”.

Si parla sempre di personaggi interessanti, umani, accattivanti, coinvolgenti, in un poche parole: tridimensionali. Come si fa a creare un personaggio tridimensionale?

Usando larghezza, altezza e profondità!

Una battutaccia da due rupie perché non ho niente da dire? Proprio no, mio caro lettore, proprio no. Riflettiamo insieme sul significato delle dimensioni, e su come applicarle nella strutturazione di un protagonista, per ottenere quello che ho definito “il  trialogo della creazione dei personaggi“.

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La porta della perfezione: la lettura ad alta voce

A voce alta, senza vergogna.

L’unico modo di avere la certezza di aver scritto un testo fluido, leggibile, e accattivante è leggerlo ad alta voce senza strozzarsi e senza annoiarsi. Fa vergognare, è vero. E fa “strano”, come si dice, ma è la sordida verità.

Esistono, a mio avviso, due tipologie tecniche di lettori: il lettore attore e il lettore “informazionale”. Il primo tende a leggere declamando nella sua mente ogni singola parola, facendo le pause, interpretando i ruoli e i toni. Il secondo, invece, legge rapidamente perché vuole il contenuto informativo del libro e desidera conoscere l’evoluzione della storia. Il primo, come è facile intuire, è lento nella lettura e si infastidisce rapidamente se la punteggiatura, o il tono del testo, non è adeguato alla sua performance. Il secondo è più rapido, e macina libri come una betoniera, però è più tollerante nei confronti della punteggiatura a patto che, però, la storia abbia una sua coerenza e non sia incomprensibile.

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Editing, il male del terzo millennio.

Spero vivamente capiti soltanto a me, – in quanto affetto da una certa forma di bipolarismo -, ma non appena un’opera è completa cado in uno stato di prostrazione, stanchezza, deprimente apatia e sostanziale incapacità espressiva.

Dopo mesi, e mesi, di fatiche, di riletture e riscritture, l’idea di affrontare altrettanti mesi di editing e limatura mi fanno sinceramente venir voglia di cambiare mestiere. In primo luogo perché, per quanto si possa (e si debba) raccontare qualcosa che ci piaccia davvero, alla lunga si comincia ad odiare a morte tutti i personaggi, le locazioni, la trama, la grammatica, il word processor, la tastiera e pure l’immancabile tazza di caffè fumante.

In secondo luogo, essendo io caotico oltre ogni umana decenza, messo l’ultimo punto, per me l’Opera è ormai completa e autonoma, e deve viaggiare nell’etere, tagliare il cordone ombelicale, crescere e moltiplicarsi, LONTANO da me!

“Vai piccola mia, vai e scopri il mondo. Addio, addiooooh.”

E invece eccoci ancora qui…

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