Le cose del padre mio

“A cosa pensi Rabbi?” chiesi al mio Maestro.

I suoi occhi celesti e la sua pelle diafana brillavano più del solito. Kèphas era agitato quella notte, parlava della bellezza, di come la sentisse tutta intorno. Il Maestro lo guardava con indulgenza, annuendo silenzioso alle sue richieste di accamparci fino al mattino. Ma io conoscevo il suo sguardo perso all’orizzonte, il suo vedere ciò che sta per accadere, le conseguenze delle azioni.

“Jaakob.” Mi chiamò, io lo raggiunsi. Sedeva, sorridendo appena, su una pietra levigata, il volto al rosso del cielo sopra il deserto. Amavo il mio Maestro, amavo la sua voce gentile, i suoi insegnamenti sulla pietà e la compassione; eppure in sua presenza ero sempre timoroso, un senso di smarrimento mi coglieva ogni volta. La luminosità lattea delle sue mani, le pupille che ardevano della luce delle stelle, i capelli delicati che brillavano al sole. Io, come la mia gente, avevo pelle brunita dal sole e occhi color carbone, ed ero minuto al suo confronto. Rabbi svettava tra la folla, attirando la curiosità delle donne ai pozzi, degli uomini al mercato,  dei bambini irriverenti che gli si facevano intorno entrando nei villaggi. Nonostante questo, il mio Maestro amava le persone, desiderava proteggerle. In quel tempo viaggiavamo di paese in paese combattendo gli incubi che invadevano questa nostra terra.

Mi sedetti accanto a lui sulla pietra ancora calda di sole, sulla cima del monte brullo e liscio che si accendeva dei colori del tramonto.

“Sai perché siamo qui?” domandò senza guardarmi. Io ero paralizzato dalla meraviglia: le sue carni, le sue vesti, la sua fronte alta, brillavano ora come fossero fatti della luce della luna. Kèphas, poco distante, picchiava con una grossa pietra dei paletti cercando di costruire un riparo. Nel suo sguardo non vi era più la lucidità della ragione, era un bambino che gioca spensierato.

“Maestro,” esitai. “Non siamo qui per scacciare demoni o per punire gli abomini.”

“Tu dici il vero.”

“E sei tu che stai tenendo lontana la mente di Kèphas.”

Il Maestro sorrise fanciullo. “Tu lo dici.”

“Perché, Rabbi?”

“Perché dovrà serbare un ricordo di questa notte, ma non dovrà davvero capire. La sua anima finirebbe bruciata.”

“Rabbi, le tue parole mi spaventano.”

Appoggiò la sua mano delicata sulla mia spalla, mi guardò dritto negli occhi. “In verità ti dico che tu non sei come lui, Jaakob, tu puoi vedere e voglio che tu veda.”

L’agitazione saliva dallo stomaco, cercai di sembrare forte e coraggioso, di rendere il mio Maestro orgoglioso di tanta fiducia, ma lessi nel suo sguardo che aveva colto la mia titubanza. Non potei fare a meno di abbracciarlo, lui rimase immobile ma non si ritrasse; intuii qualcosa in quell’istante, ma lo compresi davvero solo giorni e giorni dopo: per la prima volta il mio Rabbi aveva paura.

Ricordavo Gerasa. Il mio Maestro ferito al petto e al volto, le fiamme urlanti di una legione di abomini della terra che ardevano scoppiando. Il suo sangue color rubino assorbito dalla sabbia sulle sponde del lago, il suo colorito luminoso che ingrigiva, eppure il mio Maestro era sereno, aveva parole di calma per noi che ci strappavamo i capelli dal terrore. Ricordavo Tiberiade, al centro del grande lago, quando gli immondi tentacoli velenosi del leviatano frustavano le acque tempestose, quando eravamo aggrappati alla lancia di Kèphas e suo fratello e vedevamo la morte su di noi come le più alte torri di Yerushalayim. Il Maestro stava in piedi sulla prua, con le mani al cielo, e chiamava nomi misteriosi che a noi non è permesso ripetere. Anche in quel momento il suo sguardo era saldo e ci dava calore e speranza.

Con quanta foga, con quanto ardore, ci spronò a trafiggere senza pietà i dybbuk, nonostante avessero la forma esteriore di persone care. Quanta furia sul suo volto quando uscì dalla tomba di El’Azar, trascinando il corpo del suo caro amico posseduto dallo spirito scacciato dallo Sheol. Nonostante lo consegnasse senza un lamento alle fiamme purificatrici, nonostante la voce di El’Azar uscisse da quelle carni, il mio Maestro aveva compassione per lui e per noi. Mai paura.

Cosa si nascondeva, quindi, sulla cima del monte?

“Rabbi, Rabbi!” Johaman gridava correndo verso di noi: “Kèphas! Prendi i pugnali, prendi la pece!”

Il Maestro lo aveva inviato poco lontano per vegliare nel caso qualcuno fosse giunto. Appoggiò le mani alle ginocchia mentre riprendeva fiato: “Maestro, sono due. Sono luminosi come te e sono sorti dalla nebbia. Una nebbia grigia spuntata dal nulla, dalla terra.” Poi guardò Kèphas ma il nostro fratello continuava sereno ad attizzare il fuoco.

“Pace a te.” Dicendo questo il Maestro si alzò, gli pose le mani sugli occhi e sulla nuca. Johaman si accasciò senza un rumore, come una stoffa che si piega. Il Maestro lo adagiò con gentilezza sulla terra. Io lo guardai stupito, mai il Maestro aveva usato queste magie su di noi. La nebbia si fece intorno e l’aria raggelò di colpo. Il Maestro si fece avanti come ad accogliere qualcuno, e io vidi due figure alte come il Maestro e come lui luminose, formarsi nella bruma. Le loro vesti erano candide ma indefinite, come guardare il sole d’estate, e i loro volti erano perfetti. Il più possente dei due aveva capelli scuri e occhi intensi, l’altro una lunga chioma di capelli color del grano.

“Uriel, Luce di El, io ti saluto,” disse il Maestro rivolgendosi all’angelo dai capelli d’oro. E poi, rivolto all’angelo dai capelli neri. “Af, Rabbia di El, io ti saluto.”

Uriel si fece avanti e parlò con astio: “Il tuo nome non deve essere pronunciato su questa terra e in tutti i regni, per volere del Padre. Come desideri essere salutato, figlio degli uomini?”

Vidi il Maestro serrare le labbra, così come quando invocava la furia degli elementi sugli abomini, e parlò con voce così tagliente che mai gli avevo sentito pronunciare.

“Yoshua. Il nome che mi dette mia madre.”

Af si fece avanti e dichiarò: “Il tuo nome è stato dimenticato poiché il Padre ti ha chiamato ribelle, e la figlia di uomo che chiami madre ti ha solo accolto nella sua casa, ma così sia: noi ti salutiamo,Yoshua.”

“Ora abbandona questo luogo sacro, dal quale il Padre ti ha bandito, e porta con te i tuoi schiavi affinché non lo ammorbino con la loro impurità.” Ordinò Uriel.

Io guardavo gli angeli luminosi e ne avevo timore, ma quando li udii insultare il mio Rabbi, ebbi nel petto una spinta di fuoco. Ero pronto a scagliare su di loro le parole che il Maestro ci aveva insegnato come se fossero gli ultimi degli immondi abomini. Il Maestro alzò appena una mano e io mi trattenni.

“Fratelli, io vi rispetto ma vi dico in verità che il Padre, questa notte, ascolterà le mie parole.”

Af fece un altro passo in avanti, un passo pesante che suonò come l’incedere delle legioni dei romani, portò entrambe le mani come a reggere una spada e da queste si levò una fiamma ardente e dritta.

“Se ancora hai intelletto, Yoshua, scendi dal monte, e non voltare i tuoi passi finché non avrai dimenticato questo luogo.”

Io sentii il cuore scoppiare di terrore, e il viso in fiamme per il gran calore che la sua spada di fuoco sprigionava, ma misi il braccio a proteggermi il volto e mi posi a scudo del Maestro così come avevo fatto in passato. Amavo il mio Maestro e lo avrei protetto a costo della mia vita.

“Lasci che i tuoi cani combattano le tue battaglie, figlio dell’uomo?” disse Uriel avvelenato dal disprezzo.

Il Maestro sussurrò al mio orecchio: “Desidero soltanto che ricordi questa notte.” E detto questo mi scostò di lato e mi accosciai a terra con la testa tra le braccia. Udii parole che non oso ripetere poiché vibravano della stessa potenza della voce di Jahvè e avvertii in tutto il corpo un calore immenso, tanto che credei di essere prossimo alla morte. Poi tornò il buio della notte e il silenzio.

“Alzati Jaakob, apri gli occhi.” 

Le mie vesti erano scurite come dal fuoco, i miei capelli arricciati e puzzolenti. Per la prima volta, spontaneamente, il mio Rabbi mi attirò a sé e mi strinse forte, come un fratello. Pensavo che tollerasse i miei gesti di affetto, così come si fa con i capricci di un infante e invece, sotto il cielo scuro e trapunto di stelle, compresi che il Maestro temeva di legarsi a noi, temeva di lasciarci soli.

“Rabbi, io non so a quale famiglia tu appartenga e non mi importa. Non importa a nessuno di noi. Ci hai insegnato tanto, ci hai resi forti contro le creature della notte che affliggono la nostra gente. Solo per questo la nostra misera vita è diventata importante. Mi hai scelto per accompagnarti in questa notte, io sono pronto, sarò con te qualsiasi cosa accada.”

Il Maestro si staccò da me e mi guardò con i suoi occhi luminosi per lunghi momenti. “Io porto il nome del figlio dell’uomo, non perché il Padre abbia bandito il mio, ma perché è considerato dalla mia stirpe come un’ingiuria.”

“Non capisco Maestro.” Dissi.

“Vieni.” Indicò il sentiero che conduce alla cima del monte. “Vieni e capirai.” E, triste, si avviò sui sassi puntuti. Più avanzavamo verso la cima, più la notte pareva farsi buia. Il cielo diveniva nero e le stelle impallidivano, il vento si levava freddo come non mai, e ordinava alle mie viscere di tornare indietro. Giunti a una salita più ripida non riuscii ad avanzare, mi mancava il respiro, e la paura mi faceva tremare le mani e i denti. Il vento strattonava le mie vesti e quelle del Maestro e i suoi capelli sventolavano come stendardi.

Si voltò verso di me e mi tese una mano. “Non temere Jaakob, il Padre non desidera la compagnia dei mortali, pur vivendo tra loro, e pone gli elementi a guardia della sua dimora. Sono solo vento e suono, niente di più. Seguimi.”

Giungemmo così in cima al monte. Il vento non smetteva di soffiare e ora il cielo era un presagio di morte. Io mi guardai intorno, a stento si poteva vedere l’orizzonte, e non vi era altro che terra scura e rocce grigie.

“Maestro,” chiesi. “Dov’è il regno del Padre?”

E il Maestro rispose: “Solleva una pietra e lo troverai, respira l’aria e lo sentirai.”

“Ma qui non c’è niente.” Dissi.

E lui: “Credi che tua sorella, a casa, stia morendo di sete?”

“No, Maestro,” risposi perplesso. “Di certo ha preso dell’acqua al pozzo per la notte, come fa sempre.”

“E puoi vedere la sua brocca piena d’acqua, Jaakob?”

Chinai il capo. “No Rabbi, ma di certo l’acqua c’è.”

Aprì una mano nell’aria nera della notte e, come se il cielo e la terra fossero fatti di nebbia, comparve un’alta costruzione di mattoni color terra come mai ne avevo viste, con uomini in tunica nera e bianca, e vidi una porta, un alto arco, che rimase dopo che il grande palazzo fu abbattuto dal fuoco e dal metallo. Poi accadde che, al posto del palazzo, comparisse un fitto bosco di alberi e cespugli, e questo bosco divenne sempre più giovane e sempre più basso fino a scomparire. Quando le piante furono nient’altro che semi caduti sulla terra rossa, comparvero colonne alte e tonde, di ogni forma e dimensione, dal bianco del marmo al verde dello smeraldo. Guardavo rapito una tale meraviglia quando lanciai un grido di terrore puro. Tra le colonne scivolava quello che credevo essere un serpente grande come un tronco d’albero e coperto di scaglie colorate. La tinta del serpente cambiava lentamente dall’azzurro, al bianco, al cremisi.

La bestia strisciò attraverso le colonne, sinuoso e lento, e venne a pararsi dinanzi al Maestro sollevandosi in alto e incurvando la testa. Dal suo corpo, che irradiava ora colori più vividi, si aprirono pinne di pesci che i vibravano acute.

“Dumah il Silenzioso, mi riconosci?” chiese il Maestro aprendo le mani in segno di accoglienza. L’enorme serpente non si mosse, il colore delle sue squame divenne più cupo e più lento.  

“Non ti serbo rancore Dumah, compi pure il tuo dovere.”

Quelle parole mi atterrirono. Il mio Maestro voleva forse lottare con quella mostruosità?

“Maestro! Fuggi!” gridai mentre raccoglievo una pietra per scagliarla contro il serpente. La bestia si era mossa con uno scatto veloce e ora girava lenta intorno al Maestro per serrarsi su di lui. Egli, con gli occhi chiusi e le mani aperte in segno di accoglienza, scomparve tra le spire.

Io lasciai cadere la pietra, il corpo del serpente avvizzì e si sbriciolò nel vento, così come gli arbusti nel deserto, rivelando il mio Maestro in ginocchio soffocato da lacrime silenziose.

“Siamo creature imperfette e maledette Jaakob,” disse con la voce rotta. “Conoscitori del regno del Padre, ma vincolati al suo destino senza scelta. Dumah si è sacrificato perché non desidera questo per gli uomini, ma non poteva disobbedire alla Parola.”

E così piansi anche io e mi lamentai ad alta voce come le donne ai funerali, poiché iniziavo a comprendere cosa sarebbe accaduto. Asciugate le lacrime ci alzammo dalla terra rossa, e il vento cessò di colpo, e il freddo del pieno deserto mi fece rabbrividire. Una costruzione di legno scuro e odoroso comparve dall’aria e ci rinchiuse in un’aula senza finestre. Di fronte a noi un trono di legno lucido, una spalliera alta fino al soffitto, sulla quale erano scolpiti grugni di animali orribili con bocche irte di zanne e mille occhi iracondi.

“È questo il Padre?” chiesi stringendo l’avambraccio del Maestro.

“Colui che siede sul trono delle bestie è Samil il giudicatore, mio fratello, e figlio del Padre.”

“Ma non figlio dell’uomo!” disse una voce maschile che rimbombava come tuono. “Hai scelto il ventre di una femmina mortale, e per questo la tua sentenza è già stata emessa, Yoshua.”

“Conoscevi la Parola e hai disobbedito.” Disse una voce di donna forte come la tempesta.

“Trovi colpa in me, Samil? Rispondi. Se il tuo giudizio mi vedrà colpevole io mi piegherò al tuo verdetto.”

Io vidi assisa sul trono delle bestie una creatura mutevole come un riflesso sulle acque calme. Aveva quattro occhi e due bocche, e quattro braccia e quattro gambe. La sua pelle era di un oscuro blu e di un forte porpora che urtava gli occhi.

“La giustizia viene dal Padre.” Dissero le voci.

“Ma qual è il tuo giudizio, Samil?” rispose il mio Maestro. Riconoscevo sul suo volto i segni della rabbia e della passione, così come era accaduto al tempio. Per quanto il mio cuore si fosse fermato dal terrore che l’angelo assiso sul trono mi procurava, i miei pensieri correvano sempre al mio Maestro. Volti e espressioni comparvero fugaci dinanzi all’angelo Samil il giudicatore, ma poi le sue voci parlarono all’unisono: “Il mio giudizio è quello del Padre.”

Detto questo si levò dal trono e alzò le sue numerose braccia evanescenti. Le creature scolpite nel legno, portatrici di pestilenza, divoratrici di corpi e spiriti, si staccarono dalla struttura con un grido che mi rese sordo e fece sanguinare le mie orecchie. Come in un sogno le vidi affondare gli artigli di ferro nelle assi del pavimento e correre come cinghiali inferociti verso il mio Maestro. Le loro gole infuocate, grondanti bava impura, grugnivano e mostravano file e file di denti che parevano vorticare e muoversi di vita propria. Il cuore pulsava nelle orecchie ma mi feci avanti senza pensare. La mia voce pronunciò le parole dell’esorcismo che il Maestro ci aveva insegnato, e versai il mio sangue tagliandomi il polso, lasciando che la preziosa linfa macchiasse il pavimento. Le creature, spinte dalla loro stessa furia, si gettarono contro il Velo del Tempio e finirono squartate e dissanguate. Le loro orrende grida si spensero nell’aula di legno del giudicatore. Samil scese dal suo trono e avanzò a grandi passi, la sua voce di uomo disse: “Yoshua, figlio dell’uomo, come hai osato insegnare ai mortali i segreti dei Cieli?”

E la sua voce di donna continuò: “Ti giudico colpevole Yoshua, figlio di donna, di aver tradito la stirpe celeste, e pertanto ti condanno alla Fine.”

“Samil,” disse il Maestro. “Ti fai vanto di essere saggio ed equo. Non riconosci nei mortali il potere del Creatore? Come potrebbero usare le parole della lingua di Enoch altrimenti? Come sopporterebbero il fuoco di Solom? Lo hai visto con i tuoi occhi che vedono il vero!”

“Il Padre ha vietato loro questa conoscenza! E ha vietato a noi di mischiare il nostro sangue con il loro, ha sterilizzato i loro grembi, tagliato il cordone che ci legava alla stirpe di Eva, poiché ha visto il male che essi porteranno.”

Samil estrasse lunghi pugnali dal suo corpo evanescente, uno per mano, e avanzò nell’aula.

“Il Creatore li ha generati, e hanno il diritto di esistere quanto noi, mentre il Padre si arroga il diritto di portare loro afflizioni e pene con gli incubi che oggi calcano la terra.”

Il Maestro avanzò a sua volta, il suo corpo candido brillava più del solito, i suoi capelli si agitavano come mossi dal vento. Io sedevo in terra, la mia vista era annebbiata dallo sforzo e cercavo di fermare il sangue che usciva dal polso.

“Il nostro dovere è proteggere il creato, non punirlo, non riscuotere tributi nel sangue! Lasciate che gli uomini amministrino la loro giustizia.”

Samil fece vorticare le sue lame, e scintille di fuoco sprizzarono nell’aria sfrigolando sulle assi e le pareti.

“Scegliendo di nascere dal ventre impuro di una donna mortale hai disonorato la stirpe dei Niphilim, mezzosangue, e per noi non sei altro che un mortale che deve piegarsi alla legge dei Cieli.”

Il Maestro aprì le mani che divennero due stelle luminescenti, così come i suoi occhi e la sua bocca che disse: “Il Creatore ha voluto per loro l’arbitrio, chi siamo noi per negarlo? I mortali sottostanno alle leggi dei Cieli, così come noi!”

Cercavo di guardare il Maestro ma il mio respiro si faceva lento e pesante, un sudore freddo mi scivolava negli occhi facendoli bruciare, stringevo forte il polso, le dita della mano erano fredde. Poi un grande lampo di fuoco scosse l’universo, i pugnali di Samil si erano abbattuti, rapidi e scintillanti, sul corpo del mio Rabbi. Le sue mani di luce li tenevano a bada ma le sue braccia tremavano, i suoi sandali scivolavano all’indietro.

Mi alzai in piedi aiutandomi con le mani, il sangue colava dal polso ma io non ne avvertivo il calore, ero come ebbro del vino di Galil. Vedevo il mio Maestro sudare sangue dalla fronte sfregiata dalle lame, e non esitai oltre. Barcollando mi avvicinai alla lotta, a stento vedevo muoversi le braccia dell’angelo giudicatore, ma quando giunsi a pochi passi da lui mi gettai in ginocchio. Sollevai le braccia nella posizione del Sole, come tante volte avevo visto fare al mio Maestro, e recitai i dodici nomi segreti del Creatore, poiché tutti siamo creta modellata dalle sue mani. Vidi Samil gridare e venire scagliato lontano dalla furia della Parola, vidi il mio Maestro accasciarsi al suolo con il fiato rotto dal dolore e dalla fatica. Io gli sorrisi, e sussurrai il suo nome, e so che lui mi aveva sentito ma scivolai nel sonno della morte.

Su ciò che vidi da quel momento non posso apporre il sigillo della verità. Il Maestro non ne parlò mai, e sapevo che anche io avrei dovuto mantenere il segreto. Sentivo gli occhi inquisitori dell’angelo Samil su di me, e udii le sue voci parlare all’unisono finché non divennero un’unica voce. Discuteva con il mio Rabbi e l’udire la sua voce tranquilla mi riempì di pace nonostante la mia anima si stesse dissolvendo nel Nulla.

“Conoscono il valore del sacrificio?” chiese Samil e nel suo parlare non vi erano né ira, né disprezzo bensì uno speranzoso stupore.

“Furono plasmati con la stessa creta dei nostri cuori, fratello Samil, in loro brucia il fuoco della compassione, basta solo insegnar loro come accenderlo.”

“Così sia,” disse Samil. “Così sia fatto.”

Udii in quel momento un gran rombo, un tremore che era tempesta e terremoto, ma era il canto di infinite schiere in perenne meditazione.

“Guarda,” sussurrò il Maestro. “Ma solo per un attimo. I tuoi occhi non sono fatti per comprenderlo e io non desidero che tu finisca preda del demone della follia.”

Guardai.  Al centro dell’universo, nel cielo più profondo, stagliato contro nubi di porpora e oro e turchese, circondato da mille volte mille soli che lo veneravano cantando, lo vidi: una colonna di semplice pietra che collegava il sopra e il sotto e dava senso e direzione a ogni cosa.

“Ecco il Padre,” disse il mio Rabbi. “Colui che discese dagli altri mondi in questo per portare il volere del Creatore.” E pronunciò il suo Nome che mi scosse come un colpo di lancia nel ventre.

La prima cosa che udii fu il crepitare del fuoco poi, subito dopo, la risata fragorosa di Kèphas e quella pacata del mio Rabbi. Aprii gli occhi: ero steso con la nuca sulle sue ginocchia, e ne vidi il volto, sempre brillante e sorridente, illuminato dalle vampe del fuoco vicino alle tende. Era tranquillo e annuiva bonario all’emozione rapita che traspariva dalle parole del nostro fratello. Kèphas parlava di profeti, di nebbia, di trasfigurazioni mistiche e voleva tornare subito dai nostri amici e compagni per raccontare loro ogni cosa.

Ma io vedevo un’ombra sui lineamenti delicati del Maestro: una cicatrice di oscurità che ne imbruttiva lo sguardo. Poi ricordai di essere morto, ricordai la colonna grigia nei cieli, ricordai il dolore e mi alzai in piedi e piansi.

“Tutto bene fratello?” chiese Kèphas preoccupato. Il Maestro si abbandonò a una risata cristallina e lui si tranquillizzò: “Jaakob ha ricevuto la visita di un incubo notturno, non è vero, mio giovane discepolo?”

Io lo guardai, vidi il suo volto in preda allo sforzo, alla sofferenza, al sangue che gli rigava la fronte, poiché mi aveva donato la visione dei giorni a venire ma ora, in quella notte stellata, era ancora il nostro Rabbi, il nostro amato Maestro, e finsi di aver vissuto nient’altro che un brutto sogno.

“Dimostra le tue parole e ti permetterò di rinchiudere i mastini della notte, affinché non affliggano più i mortali per i loro peccati.” Ordinò il Padre.

“Anche se solo uno di loro fosse pronto a morire per me, Padre, ciò dimostra che conoscono il valore del sacrificio. Pertanto io sarò pronto a morire per loro.” Rispose il Maestro.

“Così hai detto, e così sia fatto.” Ordinò il Padre

Fine.

Foto di Bob Bello da Pixabay

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